L’altalena

Ecco ho quasi finito. Mancano tre minuti. Il magazzino pulula di gente. C’è il cambio turno. Il cambio della guardia. Io e Vera fuggiamo via all’aria aperta. C’è il sole fuori. Un caloroso sole giallo come le magliette che abbiamo addosso. Fuggiamo via nella macchina rovente che sembra quasi estate anche se non lo è. E’ bello pregustare l’inizio dell’estate. Fa bene all’anima.

Sulla strada abbassiamo i finestrini e un vento caldo scompiglia i capelli di Vera; i miei no, perché mi sono appena rasato. Vera è bella e mi fa una linguaccia, ora che stiamo fuori dal magazzino, mi sembra più rilassata. Come dargli torto.

Guido svelto con l’adrenalina del lavoro che ancora mi circola dentro. Andiamo a trovare degli amici e Vera si spara anche un bel massaggio con le campane tibetane che a sentir lei, dona grande benessere. Federica è una brava massaggiatrice nonché amica di Vera e questo è un binomio che funziona.

Mentre viaggiamo spediti, quasi con il pilota automatico, azzanno uno sfilatino con la Mortazza. La Mortazza, secondo me, è come un romanzo di Marquez: intramontabile.

Dai finestrini sfilano via campi di fiori gialli; un bel colpo d’occhio. Ma che razza di fiori sono? Non lo saprò mai.

Devo stare attento agli autovelox che già m’hanno beccato una volta e non è stato bello, un’altra multa la vorrei evitare se è possibile. Vera accende la radio e mette un pezzo dei Pixies: Where is my mind, per la precisione e saranno i fiori e il sole ma non m’immagino il crollo dei grattaceli di Fight club, mi sembra invece che quella lingua d’asfalto che stiamo attraversando ci stia portando di sicuro in un posto migliore.

Arrivati a destinazione parcheggio la macchina al solito posto, proprio vicino alla casa di Federica e di Sfrizio, mio amico di vecchia data; anche Federica e un’ amica di vecchia data; insomma sono vecchi amici. I vecchi amici sono come le abitudini, non te ne libererai mai e per questo sei felice.

Mentre Vera e Federica si trasferiscono in Tibet con tutte le campane (il Tibet è al piano di sopra), io, Sfrizio e Fabietto c’è ne andiamo al parco. Fabietto è piccolo, minuscolo, un cucciolo d’uomo. Ha i boccoli che gli cadono sulle spalle e si vergogna un poco quando mi vede, ma la sua timidezza dura solo pochi minuti.

Ce ne stiamo tutti e tre al parco vicino alle altalene e Fabietto a modo suo ci fa capire che vuole fare un giro. Hanno appena tagliato l’erba e tre grossi alberi, a giudicare dalla base dei tronchi che sono rimasti nella terra. Mi chiedo quanto ci vuole per far crescere un albero con un tronco così grosso. Ma non mi so rispondere, forse neanche due vite bastano.

Sfrizio è un tipo alto, dinoccolato; è dei Gemelli e per questo incespica spesso mentre cammina. Oggi sfoggia dei baffi strani che lo fanno somigliare a Frank Zappa.

Parliamo un po’ di cinema e di libri letti e poi ce ne stiamo in silenzio, lui che spinge l’altalena ed io che guardo Fabietto dondolare sempre più in alto. Ce ne stiamo in silenzio. Con un amico, il silenzio non mette mai in imbarazzo.

La mia maglietta, oscenamente gialla, attira un sacco di piccoli esserini neri che mi camminano sopra. Non mi danno fastidio quindi li lascio girovagare dove meglio credono, o quasi.

Il parco è deserto, ci siamo solo noi tre. Tra poco si riempirà di bambini indiavolati, perché c’è una scuola vicino alle altalene.

Fabietto è serio mentre vola, tiene la testa bassa come un riccio che vuole difendersi, Sfrizio lo chiama ma lui non muove un muscolo, continua a fendere l’aria in religioso silenzio. Gli vedo la nuca bianca tanto è chinato su se stesso.

Dentro di sé c’è ancora il tutto intatto come un uovo.

Che meraviglia, penso, mentre mi viene da ridere perché Sfrizio se spostato lemme lemme alle spalle di Fabietto per tendergli un agguato. Sfrizio è armato di solletico e Fabietto ancora non lo sa.

Rido ma in silenzio, per non rompere la tensione drammatica di Sfrizio che sferra il suo colpo micidiale sotto le piccole ascelle indifese di Fabietto. Ma lui non demorde, è ancora serio anche se non vedo la sua faccia e Sfrizio ci riprova ripetutamente ed ecco che per magia, Fabietto s’apre al mondo sbirciando da dietro le dita e inizia a ridere, anzi, inizia un piccolo sghignazzo che gli fa brillare gli occhi e le sue guance sembrano più vive. E adesso proprio non ce la fa a restare serio, adesso ride di gusto come se non l’avesse mai fatto prima.

Il sole è ancora caldo e proietta le nostre ombre sull’erba fitta. Una vecchia sbuca nel suo piccolo giardino. Non m’ero accorto che c’era una casa alle nostre spalle. Ha i capelli bianchissimi come un osso di seppia. Barcolla mentre si china a cogliere un po’ di rucola. Barcolla ancora un momento ma resta in piedi con la rucola selvatica che le riempie una mano.

Nonceverso in tutta una vita.

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