Bambino prodigio (seconda parte)

E fu un deliquio. Gli occhi si chiusero. I sensi vennero meno e cadde come precipitando dall’alto della sua misera altezza sulla terra ancora umida. Perchè da quando s’era messo in cammino non aveva mai davvero smesso di piovere.

Il posto dove giaceva inerte, che pareva morto, era isolato, silenzioso, quasi abbandonato, se non fosse stato per un gruppo di sparute galline, quattro per la precisione, che ruzzavano intorno al suo corpo afflosciato. E proprio una di queste donzelle piumate, lo beccò ma con dolcezza, come se stesse cercando qualcosa sotto di lui. E lui si svegliò. Ma non si tirò su, rimase sdraiato a pancia in giù e mosse solo la testa, leggermente, e incrociò lo sguardo del pennuto, che ora non beccava più, s’era fermato, quasi riposando e lo fissava curioso.

Lui sentiva l’aria solleticargli i piedi, e lo credo bene, perché le sue grandi scarpe, troppo grandi per un bimbo di sette anni, erano sparite. Adesso se ne stava a pancia in giù coi piedi che arieggiavano nel mattino livido. Ma non sembrava sorpreso. Molte volte s’era ritrovato in posti assurdi senza ricordarsi il perché. Questo era il prezzo da pagare per i suoi poteri.

Comunque le sue scarpe non erano andate tanto lontano. Erano più in là, distanti pochi metri dal suo giaciglio improvvisato e dentro parevano vive. Due ricci s’erano fatti una tana e con il musetto sbucavano fuori per annusare gli odori della campagna.

L’erba era umida e sapeva di fresco. Lui rimase ancora un attimo fermo come i grossi sassi sul ciglio della strada poco lontana. Poi si mise a sedere e vide sopra di sé le nuvole, grandi, che parevano pennellate nitide. Osservò con attenzione le sue scarpe poi mosse il naso come se si fosse posata sopra una mosca e le scarpe presero vita, avvicinandosi una dietro l’altra con i due ricci ancora dentro che sembravano un po’ spaesati. Ma tutto si svolse con estrema naturalezza. I ricci saltarono fuori e rimasero fermi con gli occhi vispi. Lui prese le scarpe e se le infilò e finalmente si alzò in piedi. Così riprese a camminare con le galline e i ricci a fargli compagnia.

Questa strampalata brigata attraversò un campo di granturco. Le piante erano cariche di pesanti pannocchie. A lui quelle pannocchie parevano custodire qualcosa di prezioso. Ma non ne colse nessuna perché, nonostante la sua tenera età, già sapeva che i frutti della terra andavano rispettati. Colti solo quand’erano maturi.

Lui non aveva passato e non aveva futuro. Viveva nel momento come un animale.

Un timido sole si fece largo tra le ultime nubi rimaste.

Uscito dal campo fitto, si ritrovò davanti un laghetto che si faceva compagnia con una grande quercia secolare. Sopra la quercia c’era una gatta, ma in alto, troppo in alto, anche per una gatta. Lui s’avvicinò al piccolo specchio d’acqua e bevve a piene mani, avidamente; le galline alle sue spalle si misero a beccare il terreno e i ricci se la godevano giocando tra loro. La gatta iniziò a miagolare e lui capì subito la sua difficoltà, sapeva il miagolese e le rispose a tono. Le disse di non preoccuparsi, che ci avrebbe pensato lui. La gatta continuò a miagolare e fuseggiava sempre di più. Gli raccontò che s’era appena laureata in ingegneria degli spazi ma che evidentemente doveva ancora fare pratica perché s’era ritrovata sul ramo più alto della quercia e non sapeva adesso come fare a scendere.

Lui si concentrò un attimo e strizzò il solito occhio ma non successe niente. Allora provò con la sola imposizione delle mani ma la gatta era sempre lì appollaiata sul ramo bruno. Il ragazzo allora capì che ci voleva qualcosa di nuovo. Qualcosa che lui non aveva mai provato prima. Doveva andarla a prendere. Ma la quercia era troppo grande e ingarbugliata per provare a salirci sopra.

E quindi cosa fare?

Si voltò e guardò le galline, guardò le piccole ali timide poco adatte per il volo e fu allora che gli venne l’idea: loro non sanno volare ma hanno le ali ed io non ho le ali ma so come fare a volare, almeno in teoria. Si disse «non ci sono mai riuscito perché non ci ho mai provato, serve una collaborazione». E così andò dalle galline e iniziò a pigolare, sapeva anche il gallinese, e spiegò la situazione. Le belle dame piumate compresero e furono disponibile ad aiutarlo.

Così, lui e le galline s’avvicinarono alla quercia mentre il laghetto era fermo e gli osservava. Le galline con un balzo salirono sulle sue piccole spalle e lui si sentì subito sicuro. Chiuse gli occhi, i suoi grandi occhi neri e iniziò a fischiettare. Non ci volle molto.

Le galline iniziarono a sbattere le loro ali e accadde. Lo tirarono su, in alto. Adesso stavano volando. Lui aprì gli occhi e vide i rami della quercia così vicini da poterli toccare e poi arrivò fin sopra la cima, sul ramo più alto dove la gatta lo attendeva con impazienza.

Anche i due ricci rimasti sulla terra alzarono i loro musetti verso quello spettacolo mai visto prima. Un ragazzo portato in volo da quattro stupide galline (che non si dica più che sono stupide).

Quando atterrarono sull’erba verde erano tutti esausti ma felici. La gatta ringraziò e sinuosa se ne andò per la sua strada. La stessa strada che imboccarono i ricci e le galline. La stessa strada che intraprese lui con passo malfermo, perché questa volta aveva adoperato tutta l’energia che aveva in corpo. Si voltò solo per un attimo a guardare e vide l’acqua del lago incresparsi e poi vide la quercia che muoveva i suoi grandi rami per salutarlo.

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