Il primo furto non si scorda mai (ricordando Enzo Iannacci)

Io chi sono?

Sono un semplice ladro di polli. Almeno ci provo. Mi sto allenando. E mi ricordo quello che mi disse un vecchio ergastolano.

Disse«Il primo furto non si scorda mai»

A quello lo misero dentro perché un giorno volle rubare la madonnina che sta appollaiata sopra il Duomo di Milano. Che volete era un tipo molto credente. Era anche un uomo allegro nonostante tutto. Calvo fino all’osso e trasparente come uno spettro. Ma aveva sempre la battuta pronta.

Quand’ero ancora incensurato, bello bello me ne andavo per pollai poco battuti. M’appostavo, scrutando l’orizzonte delimitato da un recinto di ferro arrugginito. Ma mi mancava sempre l’ultimo guizzo risolutivo; quello del ladro di professione. Ero giovane e avevo idee un po’ romantiche su come doveva andare il mondo. E mi ero incaponito così tanto con quella storia dei polli che non ci dormivo la notte. E avevo anche fame, la notte. Nel dormiveglia mi capitava di sentirmelo stretto al petto un bel pollastro ruspante.

Un giorno c’ero quasi. M’arrampicai su un albero per studiare meglio la situazione e mentre m’ero quasi deciso, uno sciame d’api m’aggredì, facendomi cascare di sotto come un sacco di patate e poi iniziò a piovere e che ve lo dico a fare… me ne tornai a casa con la rabbia che m’affamava sempre di più.

Ero giovane allora e credevo che il mondo fosse mio, chiuso in un pugno come un moscone rumoroso. Un moscone che dovevo domare. Io domatore di mosche e di pollame.

E un giorno arrivò la mia occasione. L’occasione, si dice, fa l’uomo ladro, ecco, per l’appunto. Sulla strada polverosa di periferia vidi un bel recinto grande che pareva invalicabile. Ma io ero astuto e feci un buco nella rete, un bel buco fatto ad arte. M’intrufolai agile e sospettoso. Mi guardai intorno per non essere scoperto; come un ladro provetto ero sicuro del fatto mio. E dire che di gavetta ne avevo fatta anche senza pigliare mai manco un polletto.

Ma quella era la mia occasione. Ed ecco che lo vidi spuntare fuori da un angolo nascosto, fiero e genuino, ma non era un pollo, era un tacchino. Io un tacchino non l’avevo mai visto prima. Ed eccolo adesso, davanti a me, paffuto e florido. Allungai una mano, ignaro e presuntuoso. Ma il pennuto era ostile e mi beccò deciso e spietato. Non vidi più nulla. Il buio mi circondò. Da sopra e da sotto. Da destra e da sinistra.

Svenni. Decisamente svenni.

Quando mi risvegliai mi ritrovai in una stanza bianca d’ospedale. Ma me ne accorsi subito che quello non era un ospedale normale.

Non ero mai stato a San Vittore. Da allora divenni un ospite abituale, mio malgrado. Entravo e uscivo come da un albergo. Ormai ero un ladro in tutto e per tutto.

Adesso che sono dentro da tre anni e vedo fuori un pezzo di cielo che mi pare sempre uguale ci ripenso a quando me ne andavo in giro nella polvere in cerca di un pollaio.

E’ proprio vero che il primo furto non si scorda mai.

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