Eugenio Dellalampada

Il sole cadeva a picco sulla crapa pelata di Eugenio. Il caldo soffocante saliva su come una lingua dalla sabbia fumosa. Eugenio camminava piano, quasi stordito e per di più un po’ brillo dopo tre birrette prese al volo al chiosco che stava sulla strada. Proprio per la tremenda sete.

All’orizzonte dune. Alle sue spalle dune.

Eugenio che voleva allontanarsi dalla strada, dalla febbrile strada, ingorgo, subbuglio di ferraglia.

S’era appena azzuffato con un nano biondo ossigenato che l’aveva apostrofato «Eugenio della lampada».

E lui (Eugenio) che di mestiere faceva l’elettricista si sentì colto sul vivo e così com’era solito fare, agì d’istinto, legando il nano con una corda robusta a un palo della luce. Poi rientrò nella macchina, perchè ancora ce l’aveva una macchina, schizzando via sul rettilineo arroventato.

 Era ancora legato, inerme, quasi rassegnato a quello stare li per forza, quando passò la corriera delle sei che portava al mare e che dal mare riportava alla città. E dire che il nano stava lì almeno dalle quattro.

Nel cielo, il sole era un meschino figuro che si divertiva a giocare alla canicola e pochi uccelli volavano; molti beccavano a terra come polli instupiditi dalla noia.

Eugenio tirava dritto o almeno ci provava. Un gatto selvatico, all’erta su una grossa pietra, rideva di lui, del suo affanno da fumatore incallito.

Mentre annaspava nella calura spietata, vide in lontananza una cabina telefonica. Sembrava piovuta dal cielo. Come un vecchio totem se stava lì fiera e decrepita allo stesso tempo. Eugenio strabuzzò gli occhi e poi si ricordò che doveva fare una telefonata. Chiamò un suo vecchio amico che non sentiva da tanto tempo e gli disse che gli voleva bene. «Ti voglio bene» disse e riattaccò.

Uscito dalla cabina il sole era ancora più crudele «prima o poi dovrà pure tramontare» pensò Eugenio e si grattò la crapa pelata che luccicava come un riflesso sull’ acqua ferma. Eppure un po’ d’acqua ci vorrebbe a dissetare la sete di un uomo. Ma non c’era una pozza d’acqua neanche ad immaginarla.

Eugenio camminava piano, trafitto, ormai, da un sole assassino. Le dune che aveva attraversato erano seni lasciati nel vento, alle sue spalle.

Adesso la sentiva per davvero la spossatezza. In ogni sua fibra vitale. Ma non si fermò. Caparbio, come un uomo caparbio, proseguì la strada che vedeva davanti a sé. E camminò per cinque chilometri buoni e si fermò due volte. Una per pisciare le tre birrette bevute prima. L’altra perché gli parve di sentire una voce. Una voce che diceva «Eugenio… Eugenio della lampada» ma non vide nessuno all’orizzonte.

Gli venne in mente il nano, legato al palo della luce, come una bicicletta da quattro soldi e si sentì un pochino stronzo, ma per poco, giusto due minuti.

Poi realizzò un’idea strampalata. Voleva candidarsi alle prossime elezioni. L’idea in sé era davvero strampalata, ma a Eugenio piaceva e tanto basta. «Voglio fare qualcosa per questo paese, per questo povero deserto che ho tutt’intorno a me» disse Eugenio e in questo era sincero, seriamente serio. Era talmente serio e preso dalla sua idea che non avvertiva più la fatica. Si sentiva addirittura più alto e più bello, lui che bello non era  mai stato.

E poi s’accorse che il sole finalmente stava tramontando. Un tuorlo d’uovo rosso all’orizzonte.

E allora Eugenio si fermò. S’accovacciò sulla sabbia tiepida. Incrociò le gambe come un indiano, lui che era di Frosinone.

Si fermò, dunque.

Dopo cinque ore di marcia cocente. Si prese i piedi tra le mani e sentiva che pulsavano come un cuore.

Eugenio l’elettricista non s’era mai fermato in vita sua. Sempre degno e volitivo. Giorno dopo giorno andava sulla strada che gli capitava. Con dignità, dico, con dignità da elettricista.

Eugenio che non si fermò mai nemmeno davanti all’evidenza. Nemmeno davanti al posto di blocco che s’era trovato lì per lì come un muro a secco; nemmeno quando spararono un colpo in aria. Non si fermò nemmeno quando la sua macchina andò a sbattere contro un muro vero. Perchè spararono in aria ma non proprio in alto.

Eugenio che quel nano non lo doveva legare al palo della luce. Troppo stretto. Stretto stretto da morire. Per cosa poi, per una battuta infelice. Eugenio che iniziò a correre prima velocissimo come un leopardo, muscolare come un centometrista. Poi sempre meno svelto. Sempre più simile a un uomo-bradipo quasi passeggiando fino a fermarsi davanti a quel tramonto quasi epico quasi da film. Ma Eugenio non vedeva la televisione, non andava al cinema, così non ebbe da fare paragoni inutili. Si fermò soltanto perché non ne aveva più in corpo.

Rimase fermo come non era mai stato quando sentì le sirene e vide le lucine rosse e blu della polizia.

Eugenio Dellalampada, perché così si chiamava per davvero, non disse niente. Appena appena si voltò, spalle alla sbirranza, godendosi quell’ultimo tramonto.

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