La Noia

Nella mia nullità di uomo passavo il tempo senza fare un cazzo. A tratti, molto di rado, mi giravo i pollici per tenere il fisico in allenamento. Giacevo pesante come un isolotto lasciato alla deriva. Quella era per me una giornata tipo, perché in effetti non facevo un cazzo sempre. E questo non è cosa da poco. Richiede un certo talento.

Non ho molti ricordi del mio passato perché quando non fai un cazzo per tutto il tempo i giorni diventano tutti uguali. Ma non mi lamentavo, si faceva troppa fatica. Custodivo  l’energie per un futuro in cui forse qualcosa l’ avrei fatta per davvero. Una cosa che mi piaceva fare era guardare il pulviscolo che attraversava la tapparella in pieno pomeriggio. Mi ci perdevo dentro e intanto pensavo a un lavoro che mi sarebbe piaciuto fare. Ma li scartavo tutti per un motivo o per un altro. Soprattutto pensavo di non essere adatto. Io che tutto sommato non sapevo fare un cazzo.

Tra un riposino e un altro guardavo il pulviscolo e pensavo «un giorno o l’altro dovrò pure lavorare?» e poi mi riaddormentavo. Al mio risveglio il pulviscolo era ancora là. Per me questa era l’unica sicurezza. Mi dicevo «adesso mi alzo perché se no ci metto le radici qua». Ma poi pensavo «ma chi me la fa fare. Rimango un altro po’ sdraiato a pensare». I pensatori, a quanto ne so, sono gente di un certo calibro!

Facevo profonde riflessioni e componevo perfetti haiku, haiku mentali, che dimenticavo puntualmente subito dopo averli pensati. Svanivano in fretta dalla mia testa in piena attività. Ma il pulviscolo era sempre là e ciò mi rassicurava. Sonnecchiavo un altro po’. Credo che il dormiveglia mi aiutasse a meditare come un asceta sul crinale di una montagna. Anche se rimanevo inerte nella pianura del mio materasso. Ma che volete, la mente dell’uomo è così potente da trascurare certi particolari.

Quando proprio volevo distrarmi dai miei alti ragionamenti, osservavo una piccola mosca che lenta strisciava sul soffitto. Era uno spettacolo decadente, lo ammetto, ma in fondo in fondo era sempre meglio che fissare il soffitto vuoto. Il panorama è importante in certe situazioni.

M’ero assopito e me ne stavo bello bello come un re nel mio regno fatto di puro ragionamento, quando sentii un rumore provenire dal bagno, ambiente che abitavo solo lo stretto necessario. Era un suono costante, come un ticchettio, ma più lento. Un brivido mi corse lungo la schiena. Io che ero così parco d’emozioni, quel brivido me lo ricordo ancora. Guardai spaesato il pulviscolo che ancora galleggiava nella stanza e tirai un sospiro di sollievo. Ma il rumore continuava, perenne come una iattura. Non riuscivo più a ragionare.

I miei pensieri così degni d’attenzione (la mia), mi si ingarbugliavano prendendo strane direzioni. Il ticchettio mi sviava le idee. Me le confondeva. Si infilava nel mezzo come uno spinacio tra i denti. «Che sorte ingrata» pensavo «io un grande pensatore sconfitto da uno sgocciolio». Perchè di quello si trattava. Il rubinetto del bagno perdeva. All’improvviso, dopo anni di perfetto funzionamento, faceva la goccia. Una goccia dura, spietata, intransigente, che mi entrò nel cervello come un chiodo lungo e acuminato. Che potevo fare? Non trovavo la soluzione di questo tragico problema. Il mio ragionare non aveva mai considerato una situazione del genere. Quindi di conseguenza ero impreparato.

Poi, con l’aiuto della mosca che si spostò poco poco lungo il muro precario del soffitto, anche io feci una mossa. Nella mia testa, s’intende; non potevo affaticare il corpo, lo risparmiavo per altre situazioni. Ebbi uno scatto del pensiero, un guizzo delle sinapsi. Fu allora che mi ricordai che in quello stesso giorno avrebbero chiuso l’acqua in tutto il palazzo per lavori di manutenzione. «Lavori di manutenzione» ripetei a bassa voce.

Dovevo però capire che ora erano, perché il mio cervello ricordava benissimo l’orario scritto sull’avviso che tempo addietro m’avevano recapitato. Alle «18» mi venne spontaneo di dire. Lo ricordavo chiaramente. Non ricordavo il mio passato, è vero, ma l’orario della chiusura idrica, quello lo ricordavo nettamente. Vallo a capire il cervello umano.

Adesso non mi rimaneva che vedere l’ora. Fortunatamente c’era un orologio appeso alla parete della stanza, col quadrante bianco e i numerini verdi, ma avrei dovuto voltare lo sguardo di novanta gradi e questo comportava un certo sforzo. Allora feci funzionare il cervello. Vidi l’orario riflesso nello specchio che avevo sull’armadio davanti al letto. Lo sforzo immane della rotazione l’avrei risparmiato. «Che testa!» dicevo  «che testa!»

Diciamo che lo specchio mi era in parte simile perché anche lui rifletteva. In un altro modo, va be’, ma non stiamo a sottilizzare. Quindi finalmente vidi che erano le 17 e 45. «Bene bene» dissi quasi sfregandomi le mani. Ero molto entusiasta e non mi capitava spesso, quindi, quasi rischiai di disperdere l’energia che stavo accumulando. Lo sfregamento è in tutti i modi impegnativo. Mi limitai a girare i pollici. Due volte.

Il pulviscolo era quasi sparito perché il sole stava calando, ma io mi sforzai così tanto, si fa’ per dire, che me lo immaginai lo stesso, fermo, fiero, polveroso, come lo ricordavo. L’asceta che era in me stava tornando alla carica producendo delle visioni. E il tempo passò, lentamente. Non avete idea di quanto sia lento il tempo a passare quando non si fa’ proprio un cazzo.

Le lancette dell’orologio appeso al muro si muovevano. Io sudavo per loro. E poi d’un tratto come per magia, il rubinetto non fece più la goccia. Muto come un pesce non proferì più alcun suono. Avevano chiuso l’acqua. Guardai l’orologio riflesso nello specchio. Segnava le 18. «Però che dedizione al lavoro» pensai «proprio dei bravi lavoratori, precisi».

Finalmente era tornato il silenzio e i miei ragionamenti con lui. -Ecco ci siamo- dissi tra me e me, c’ero solo io nella stanza. La mosca era volata via e la penombra calava puntuale.

«Che pace» pensai e schiacciai un altro riposino.

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