La febbre

Oggi mi sa tanto che ho un po’ di febbre. Oppure sono solo giù di corda e basta. Non importa il motivo. Il risultato non cambia.

Quando ho aperto gli occhi, al gracchiare isterico della sveglia, ho fissato il soffitto della camera da letto e ciò mi ha rassicurato. Era sempre il solito soffitto.

Vera non c’è sdraiata accanto a me. E’ già in piedi, lei, che ferma non sa proprio stare. Di sicuro starà impastando qualche focaccia o una generosa forma di pane che io mangerò felicemente.

Mi sono sempre chiesto dove prenda tutta quell’energia per fare tante cose insieme.

Io, per me, oggi, febbre o no, me ne starei fermo, sdraiato qui per tutto il giorno a fissare il soffitto amico. Ma io, lo sanno tutti, sono un pigro di natura e certi pensieri, per così dire, mi vengono spesso. Un giorno sì e l’altro pure.

Oggi ho la febbre. Ho deciso. Me la sento. Sono sicuro. Mi sento alterato. E quindi chi se ne frega, rimango a letto e mi riposo. Giaccio. M’appoggio. Mi rendo comodo. Insomma avete capito… spero.

Mentre mi sto afflosciando, beato, quasi inconsciamente, mi sembra di vedere, come un’ ombra familiare, un altro me, quello che sta bene. Volteggia, lui, si scapicolla in un balletto senza limiti di gravità. Mi fa un po’ rabbia. Mi dà un senso di fastidio che avverto come un prurito sotto al naso. Un fastidio che mi pungola, mi crea una certa invidia.

La luce nella stanza mi sembra polverosa. Acari sentimentali volteggiano tra le pareti mute e senza poster. Ora l’ombra ballerina non c’è più, mi pare. O forse s’è mimetizzata tra quei quattro libri sullo scaffale alto che ho letto e non ho capito. Forse nel tiretto della scrivania, a fianco al tagliacarte d’acciaio inox, vive, adesso, l’altro me stesso. A riposo anche lui finalmente. E invece no. Niente oltre me che giaccio fermo, niente, dico, s’è mosso o s’è nascosto.

Sono solo nella stanza ma la finestra che credevo chiusa al mondaccio là fuori, si apre, piano, leggera come il peto di un bambino e non cigola come in un film di paura, non emette rumori. Solo spazio riempito da un’anta discreta. Eppure io sento di non essere più solo.

Vera è di sotto, la sento che canticchia. Quando canticchia Vera, il mondo mi appare un posto migliore, almeno il mio mondo.

Mentre cerco con la mano un fazzoletto per soffiarmi il naso malconcio di muco e polveri sottili, mi sento il peso di due occhi che mi fissano in tralice. Mi sto fissando negli occhi come in uno specchio vegetale, stagnante, bucolico, ma non c’è tramonto in quello sguardo, non un briciolo di poesia in quelle pupille che mi fissano mute. Mi sento sotto esame. Un microbo da laboratorio. Sotto quello sguardo c’è una mezz’anguria di bocca che si muove di continuo. Ma io non riesco a sentire quello che dice. Mi pare, però, che mi riguardi personalmente. Chissà forse sarà importante, mi dico, ma non riesco a sentire lo stesso nulla.

Quello che invece avverto distintamente, anche se in lontananza, sono i passi di Vera che viaggiano spediti verso la stanza dove giaccio. Riconoscerei il suono di quei passi ad occhi chiusi, in qualsiasi angolo di mondo preso a caso sopra un atlante.

I passi s’avvicinano. Entrano nella luce scarna, povera di sole. Vera si china sopra di me. Ha le mani occupate, piene di qualcosa che non riesco a decifrare. Mi tocca la fronte con il palmo della mano ancora sporco di farina, lasciandomi dei segni, come geroglifici primitivi, sulla fronte bollente.

«Mi sa tanto che hai la febbre, amor… Comunque buon compleanno. Ce la fai ha spegnere la candelina?»

Mi tiro sù a fatica appoggiandomi alla testata del letto e finalmente la vedo, la torta che mi ha preparato Vera. Un profitterol d’amore che mi fa cascare giù un lacrimone da poppante.

Già. E’ vero, lo ricordo solo adesso. Oggi è il mio compleanno. Sono nato una settimana prima che uccidessero Pier Paolo Pasolini. Una settimana precisa.

Vera apre il tiretto del comodino. Cerca qualcosa che non trova subito. Poi la sua mano si ferma e tira fuori un termometro.

«Forse è meglio se te la misuri la temperatura» dice e fa scendere i gradi del termometro sbattendolo forte in sù e in giù. Io guardo la scena con attenzione, ci provo almeno.

Vera è al mio fianco, il profitterol sulle mie gambe. La candelina accesa che già un po’ si sta squagliando.

«Mettilo sotto il braccio» mi dice Vera sorridendomi «ma prima spegni la candelina».

Prendo fiato. Adesso che quell’altro non c’è più, mi sento veramente male, malato, febbricitante. Me la sento tutta addosso la malattia.

Soffio deciso sulla fiamma sbilenca spostata dal vento forestiero. La finestra è ancora aperta. La piccola vampa ondeggia virtuosa, balla una danza solo per me, poi svanisce. Rimane solo un filo di fumo. Il profitterol con quel pennacchio sopra mi sembra un monte, mi sembra un vulcano che sonnecchia. Vorrei tanto farlo anch’io.

Vera mi bacia con passione e sarà forse per la febbre mia ma le sue labbra sono bollenti come un tizzone dentro un camino acceso.

Il termometro lo metto sotto l’ascella destra. Mi fa’ freddo sulla pelle accaldata. Per un attimo mi scuote.

Vera è sempre al mio fianco. Si è seduta adesso e mi poggia una mano sulla fronte. In quel silenzio di pochi secondi, minuti, forse ore, chissà, io capisco che nei momenti più difficili, Vera ci sarà sempre. Di questo, almeno, ne sono certo.

Tiro fuori il termometro che ormai s’è riscaldato oltremodo. Vera lo prende, lo scruta, lo inclina nella poca luce che filtra annoiata dalla finestra. Il suo sguardo, lo vedo che cambia espressione.

«40» dice ma mi sembra di sentire un’eco lontana. E ancora la sua voce «Dobbiamo farla scendere, amor. Vado a prendere la tachipirina» e mentre sta per andare di sotto si volta e mi bacia di nuovo con meno malizia stavolta «non preoccuparti, andrà tutto bene, amor» mi dice piano, quasi mormorando.

Ti amo Vera, gli dico, ma non riesco a pronunciare tutta la frase che lei è già andata via. Una sfocatura oltre la soglia del mio sguardo. O forse se n’è già andata da un pezzo e sono io che ho i riflessi rallentati.

Volto lo sguardo verso la finestra. E’ chiusa, adesso. Vera l’ha chiusa, ma io non lo vista. Non me ne sono proprio accorto.

Ora mi sento al riparo. Attendo che torni Vera. Aspetto di rivedere il suo sorriso.

Un grammo d’amore in più anche oggi.

Lo so che andrà tutto bene… lo so.

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2 pensieri su “La febbre

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