La gazzosa di mio nonno

«Tutto passa, ragazzo mio, basta saper aspettare».

Così mi disse mio nonno. E mentre lo diceva, alto, nella sua magrezza, se ne stava ritto sul porticciolo, sotto il ponte girevole, con la canna da pesca in una mano. Io a quei tempi ero alto circa un metro e avevo i capelli a caschetto lisci lisci che sembravano spaghetti.

Mio nonno mi portava sempre con sé a pescare anche se io non facevo un accidente. Me ne stavo lì, accanto a lui, a guardarmi intorno e a sentire le storie che mi raccontava. Spesso mi parlava della sua giovinezza. Di come “ai tempi suoi” tutto era semplice e complicato allo stesso modo.

Se chiudo gli occhi adesso, che sono cresciuto un bel po’, mi sembra di rivederlo, mio nonno, con la sua faccia rugosa e lo sguardo sveglio di un ragazzino. Gli occhi chiari che mi facevano pensare sempre al mare.

Di tutte le storie che mi raccontava, oggi, che sono, di certo, più alto di un metro, non mi ricordo granchè. Si sa che la memoria torna quando s’invecchia ed io per il momento sono ancora troppo giovane per avercela, una memoria. Ma c’è una storia che ancora mi ricordo, stranamente. Una storia che parlava di una partita di calcio e del premio che c’era in palio: una gazzosa.

Quando vedo una partita in tv, quelle poche che ancora trasmettono in chiaro, penso a tutti i soldi che circolano tra i calciatori che vedo giocare. Poi penso che ormai, sono tutti più giovani di me. Penso addirittura che il più vecchio in campo è sempre più giovane di me. Ed io a questa cosa non mi ci sono ancora abituato.

«Quella partita» mi disse mio nonno «finì in parità. A quei tempi non c’erano i supplementari. Figuriamoci i calci di rigore. Si tirava la monetina e la sorte decideva il vincitore. Testa o croce.

Quella volta a centrocampo, radunati attorno all’arbitro e alla sua monetina, c’erano tutti i giocatori seduti che riprendevano le forze. Tutti quelli che avevano effettivamente giocato. Non esistevano le panchine lunghe ne tanto meno quelle corte. Non esistevano le panchine. Letteralmente.

L’arbitro si frugò nelle tasche ed estrasse una moneta che scintillò nel sole (faceva pure caldo quel giorno). Mentre la mano neutrale del direttore di gara si preparava per il lancio decisivo, si sentì gridare «No! Non lo faccia signor arbitro!» E di seguito come le tessere di un domino si colpiscono per muoversi, altre voci animarono la stessa supplica «No! Non lo faccia signor arbitro! Abbiamo tutti sete!»

L’arbitro rimase fermo. Sorpreso. Profondamente indeciso. Nella sua lunga e onorata carriera non era mai capitata una cosa del genere. Poi s’accorse che stava sudando. Si passò una mano sulla fronte bagnata. Guardò tutt’intorno a lui ventidue uomini stanchi e assetati e provò a dire qualcosa ma la sua bocca era impastata e le gambe pesanti. Aveva corso anche lui come gli altri. Non riuscì a dire niente. Allora capì cosa doveva fare. Rimise la monetina nella tasca della giacchetta e fece cenno a bordocampo  di portare il premio tanto agognato.

Fu portato al centro esatto di quel circolo d’uomini, un bottiglione da cinque litri di gazzosa. La famosa gazzosa con la biglia. L’arbitro la prese a fatica tra le mani che neutrali non erano più. Erano diventate democratiche. Spinse la biglia di vetro messa dentro la bottiglia che faceva da tappo e fece un sorso. Poi a turno tutti ne bevvero un po’ dissetandosi.

La gazzosa fece venire a tutti un pizzicore agli occhi… Quel giorno», continuò mio nonno, «c’ero anch’io. Bevvi anch’io quella gazzosa. Fu l’ultima partita che feci. Poi cominciai a lavorare. Però ero bravo a giocare a pallone».

Mio nonno ha lavorato per tutta la vita in un cantiere navale. Faceva l’operaio. Aggiustava le navi. Se me lo trovassi davanti, adesso, trent’anni dopo la sua morte, gli racconterei la mia storia di una partita di calcio tra giovani miliardari e sono sicuro che lui non la capirebbe. Scuotendo il capo, con una voce familiare mi direbbe di sicuro «Adesso, ragazzo mio, te la racconto io una storia vera. Quella di una partita di calcio giocata per una gazzosa».

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