Il delirio di un leader

Nella penombra di quella notte oscena, mi resi conto, per la prima volta nella mia vita, di essere veramente solo. Solo con la mia ombra discreta. Avevo lasciato al caso le mie ultime probabilità di essere felice e avevo perso.

Sconsolato me ne andai per la mia strada (ma era proprio la mia?) il capo chino che fissava le punte dei piedi che alternavano un ritmo mesto e sempre uguale. Iniziò a piovere. Una pioggia sottile che nessuno poteva prevedere.

Mi accesi una sigaretta che brillò vanamente nel buio della strada e gli alberi spogli, con i loro rami secchi, mi sembravano scheletri ossequiosi. Cupi finestroni occhieggiavano da una scuola abbandonata e mi parve di vedere con la coda dell’occhio, l’obliquo riflesso di un bagliore momentaneo che subito scomparve.

Mi attardai ancora un attimo riflettendo su quello che mi era capitato. Mi dissi che in fondo la vita ti dà quello che ti meriti. Niente di più e niente di meno. M’alzai il bavero della giacca, infreddolito e stanco e ricominciai il mio girovagare. Anche la città mi parve sentirsi sola. Sola come una vecchia amica che ritrovi dopo vent’anni e non sai che dirle.

Attraversai con un po’ di vergogna, gli assurdi abusi edilizi che avevano strazziato il paesaggio. Vidi un casermone grande come un museo nazionale ancora da finire, coi mattoni grezzi e dimenticati. Come un vecchio dinosauro se ne stava sonnecchioso e copriva la vista del mare.

Passai davanti ad un cinema chiuso. Sbarrato alla vista di chiunque. Solo la vecchia insegna, come una trave in un occhio, mi fissava sbilenca attaccata alla parete alta. Pensai con dispiacere a tutti i cinema che avevano chiuso negli ultimi anni, ai teatri polverosi senza teatranti.

La pioggia smise. E nel cielo, nuvole, come stracci, s’aggrapparono alle stelle nascenti.

Mi sentivo osceno.

Oscena la mia fronte che avevo troppe volte, con falsa fierezza, alzato sopra sguardi supplichevoli. Vincevo facile quando giocavo coi deboli.

Osceni i miei occhi che, spesso drogati, sorridevano iniqui come due monete false.

Oscene le mie labbra che più di una volta pronunciarono parole vuote piene di nulla. Della mia nullità. Ma io credevo veramente alle menzogne che mi creavo intorno. Che si creavano da sole. Moltiplicandosi a due a due. Come topi da laboratorio.

Osceno il mio corpo. Che sempre ha pagato per avere un poco di calore. Che mai ho amato nessuno come me stesso.

OSCENO

Questo dovrebbe essere il mio nome e non come mi chiamo veramente. Che oggi se lo dici in giro, quelli, ti vengono a cercare fin dentro il cesso di casa dove abiti. Bei tempi i miei. Quando la carne costava poco e i contadini erano sfruttati il giusto. Con un sorriso in più.  Perchè io sorridevo sempre.

Sono stato un grande. Il migliore. E ho fatto arricchire un sacco di gente. Gente che non rivedrò mai più. Facce verdognole di palazzinari a strozzo. Quante strette di mano. Quanti ammiccamenti. Grasse, paffute guance, di vecchi banchieri incalliti, che mi sorridevano coi loro ghigni da benestanti. Con gli occhi bovini della mansuetudine. Loro, la fiacca loggia che tutto attira a sé.

Invece con gli operai, l’altra faccia della medaglia, ho cincischiato, mirabolante come un biplano che non riesce a decollare. Starnazzavo. Che poi c’è da dire che io qualche soldino glielo volevo pure dare a questi che lavoravano. Ma poi non sono bastati i fondi. Beh, non è stata mica colpa mia!

Cammino piano tra le macerie di un vecchio bar. Ci sono ancora due tavolini ritti come funghi che mi fanno immaginare un giorno luminoso e qualcosa di fresco da bere nella luce piena della libertà.

Piango. Ma non lo faccio per commozione. Dovrei. Ma non lo faccio. Le lacrime mi scendono giù perché c’è un grande odore di cipolle bionde ossigenate come soubrette. Le soubrette di regime.

Avrei dovuto spiegare ai bambini che bisogna pregare. Pregare fino all’ultimo. Ma non c’è stato tempo. Ed eccomi furtivo come un ladro nella notte. Ladro che non ruberà più niente. Che quello che ho rubato è morto e sepolto in un posto che non sa nessuno.

Ho fatto affari con petrolieri, armatori e perfino con uno sceicco. Servivano un ottimo champagne a questi appuntamenti. E i soldi si moltiplicavano a due a due come topi da laboratorio. Ma questo non faceva di me un uomo migliore. Io volevo bene al popolo. Al mio popolo. Tutto raggruppato in una piazza visto dall’alto faceva paura. Un terrore che loro non conoscevano. Ancora.

Decisi le sorti dell’istruzione della sanità e dell’infanzia. Non fui brillante come avrei voluto. Ritenni più giusto buttarmi nel privato. Cadere in piedi è il mio più grande pregio. I soldi dei contribuenti per me erano fiches giocate al tavolo verde di una notte ormai matura. Ma poi è arrivato internet e mi hanno sputtanato. Ancora adesso che sono in fuga da più di una settimana mi chiedo se i miei followers sappiano con precisione dove mi trovo.

E intanto fuggo e mi arrovello in una domanda semplice come l’acqua: C’è un modo migliore di governare della mia morbida dittatura? La gente ormai s’era pure abituata. Uniforme come un bagnasciuga in pieno inverno.

In fondo chi verrà dopo di me… perchè sempre c’è qualcuno pronto a prendere il tuo posto…  solo a una domanda dovrà rispondere: Cosa ci vuole per fare un vero leader?

Dopo di me il diluvio.

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