Il poeta

Applaudono.
Applaudono come non ci fosse un domani. Applaudono e sorridono. Li vedessi da fuori mi chiederei che hanno da scorticarsi le mani a quel modo. Ma li vedo dall’interno e, in effetti me lo chiedo lo stesso. Stanno tutti guardando me. Perché sono io l’oggetto del loro giubilo.
Ma chi l’avrebbe immaginato due anni fa.
Mi guardo attorno, sorrido e annuisco. Il salone delle cerimonie è gremito, i grandi tavoli rotondi pieni di cibo e commensali, imbanditi come si conviene a una grande occasione, occupati da personalità della cultura e dello spettacolo che mai avrei creduto di vedere tutti insieme. Alcuni di quei volti li conosco bene, fino a poco tempo fa ero io ad applaudire loro.
Per fortuna l’applauso inizia a scemare, posso rimettermi a sedere e sperare di riuscire a finire il dolce che hanno appena servito.
L’omino basso e rotondo che mi hanno detto essere il presidente dell’Associazione Internazionale Editori prende la parola dal piccolo palco allestito nella sala.
“Grazie signore e signori, grazie innanzitutto di esser qui questa sera, grazie di aver voluto essere partecipi di questo evento che oserei definire come una pietra di volta della letteratura e, soprattutto, grazie di aver sborsato il cospicuo importo di partecipazione.” Poi tace, in attesa, mentre io divoro l’ultimo boccone del dolce più buono che abbia mai mangiato, perché non lo so quando mi ricapita. Dal pubblico pagante si alza una risata prima leggera e a macchia di leopardo, che finisce per contagiare buona parte dei presenti.
Il presidente alza le mani, ringrazia e mi indica, sorrido di riflesso, ormai meccanicamente, come ogni volta che qualcuno mi si avvicina pieno di aspettativa.
“Prima di continuare,” riprende, “vorrei comunicarvi che in questo finale di serata ho acconsentito alla richiesta di far accomodare in sala una rappresentanza dei numerosi fan radunati qui fuori.”
Mi volto verso le grandi porte del salone giusto in tempo per vedere comparire decine di persone che si assiepano contro le pareti. E manco a dirlo tutti mi cercano con lo sguardo. Molti salutano nella mia direzione, quasi tutti hanno il libro tra le mani.
Sospiro, mi avevano assicurato che non avrei dovuto firmare centinaia di copie stasera.
I camerieri, i maitre e i sommelier, oltre che sbrigare il loro lavoro cercano anche di tenere a bada gli ultimi arrivati.
Dal gruppo qualcuno inizia a scandire il mio nome, ritmicamente. Presto altri si associano, anche fra i commensali, fino a che le voci e i colpi dei pugni sui tavoli cadenzano un ritmo in aumento che tace improvviso quando anche il presidente pronuncia il mio nome invitandomi sul palco.
I pochi passi che mi separano da quel semplice rialzo di legno ricoperto di moquette rossa sembrano infiniti. Non sento l’applauso, ancora più fragoroso di prima, saturarmi le orecchie e non vedo i sorrisi e le mani che si tendono cercando una stretta fugace mentre gli scivolo accanto. Rivedo invece la prima poesia scritta nel blog, due anni prima, i primi timidi riscontri da altri blogger, i commenti positivi. Vedo la cascata di parole, nere su bianco, che sono sgorgate senza fatica dalle mie dita e che hanno raggiunto nel tempo prima decine, poi centinaia e migliaia di persone, lettori, fino a debordare dal web e finire sulla vera carta, sui veri libri. E poi interviste, talk show, serate ed eventi, non a spiegare le mie sensazioni, ma solo ad ascoltare quello che le mie parole hanno costruito o risvegliato nelle anime di chi le ha lette. E ognuno con una spiegazione diversa, una sensazione difforme, discorde, disparata, precisa e indefinita, meravigliosa e terribile.
Ma come è possibile, ancora mi domando, che tutta questa gente veda nelle mie parole quello che io non riesco nemmeno a immaginare quando le scrivo?
Le manine tozze del presidente afferrano le mie, riportandomi alla realtà. Torna il silenzio. Accenno un saluto e per fortuna l’omino mi toglie dall’imbarazzo di dover dire qualcosa.
“Sempre schivo e modesto, il nostro poeta!” Ride. “Sappiamo bene di quanta umiltà sia capace, quindi lasciamo che siano le sue opere a parlare per lui.”
Altro applauso, ma non sono stanchi di applaudire?
“Abbiamo ancora tempo per conferire il premio per cui ci siamo ritrovati qui stasera, signori. Prima, è con sommo piacere che invito il Maestro a presentarci la sua ultima opera, che ha avuto la gentilezza di creare appositamente per questa occasione.”
E’ il momento, penso. Beccatevi questa. Mi sposto un po’ di lato, sempre affiancato dal fido presidente, in modo da lasciare libera visuale al grande schermo ancorato alla parete dietro di noi.
Prendo il cellulare dalla tasca e lo sblocco. Eccola qui la mia ultima opera, come l’hanno appena chiamata. Chi lo sa, potrebbe trattarsi proprio dell’ultima in effetti.
Appoggio il pollice sull’icona di invio e mi concedo ancora qualche secondo, in fondo è il momento di maggiore pathos della serata, facciamolo durare. Sollevo lo sguardo verso la sala. Tutti gli occhi sono puntati su di me, sulla mano che impugna lo smartphone, sul pollice che deve solo compiere quel millimetrico gesto che invierà il testo così atteso sullo schermo.
Che diavolo, mi godo veramente il momento, davvero, ma quando mi ricapita una cosa così? Probabilmente mai più, dopo che avrò inviato.
Adesso.
Adesso è il momento perfetto. Lo vedo, illuminato come  un quadro del Caravaggio. Sono tutti perfettamente immobili. Tutti eh, perfino gli addetti alla sala, non si sente volare una mosca.
Invio.
Avete presente il suono di centinaia di occhi che ruotano di qualche millimetro nei bulbi, tutti all’unisono? No? Non lo senti con le orecchie, lo senti dentro, come un’onda vibrante che ti attraversa. Tutti quegli sguardi che insieme ti abbandonano, ti lasciano quasi  svuotato.
Chissà perché, in questo esatto momento penso che finita la serata forse riesco a passare dal kebabbaro a farmi un panino falafel, che mi è rimasto un languorino.
Ci vuole poco a leggere quello che ho inviato sullo schermo. Ci vuole qualcosa di più per la prima reazione.
Una donna, una del gruppo di supporter entrato poco prima. Sviene. Letteralmente. Non avevo mai visto svenire qualcuno dal vivo.
Mentre un paio di camerieri la soccorrono, una ragazzina comincia a singhiozzare, qualcuno urla qualcosa, ma non riesco a capire cosa.
E’ fatta, dai, è finita. Mi è andata di lusso fino adesso ma ora devono averlo capito d’avermi sopravvalutato. Magari oltre al falafel mi faccio anche un paio di birrette.
Ci metto un po’ a capire che stanno di nuovo applaudendo. Battono le mani, tutti in piedi, le facce estasiate, gridano complimenti. Qualcuno mi abbraccia, sento mani che cercano le mie, le stringono, mi strattonano, c’è chi mi bacia.
Non è finita.
E giuro, non capisco.
Guardo lo schermo. Nessun errore. É il mio testo quello che tutti hanno letto.
Quello che mi domando è che cosa diavolo ci hanno trovato in tre semplici puntini di sospensione.

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