Natale Operaio

«Cerco una botola. Da tutta la vita. Una botola che mi faccia entrare. Una botola che mi faccia uscire.

Non chiedo rinvii o sconti di pena. Voglio solo cambiare strada. Dileguarmi su altre vie che non conosco.

Ero un netturbino un giorno o forse ero un poeta. Non lo ricordo più. E quel che è peggio non ricordo più da dove provengo. Mi sono mescolato col cemento di questi palazzoni grigi che sembrano topi giganteschi.

Cerco una botola. Una via di fuga. Anzi no. Cerco una nuova prospettiva.

Ero un fornaio un tempo e poi un politicante. Mi sono fermato, in una notte nera come il vino, lungo una strada a senso unico. Cercavo un passaggio per tornare a casa. Nessuno che passi. Nessuno che aiuti.

Cerco una botola. Un varco. Un chiaro taglio di luce».

Penso a quella maledetta botola, a quel salvacondotto, che non riesco mai a trovare.

E poi penso anche che sarebbe bello se nevicasse.

E mentre mi arrovello con le mie molteplici vite che non ho mai vissuto, vigorosa, come una coltellata, m’arriva in piena faccia la cruda realtà. Anche questa notte del 24 dicembre, mi tocca lavorare. Che volete, ho il contratto in scadenza e non posso andare troppo per il sottile.

Tengo famiglia.

Lavoro in un grande magazzino automatizzato. Frutto di mirabile tecnologia meccanica e tanta polvere grigia e silenziosa.

Soprattutto in questo periodo, la gente compra ogni genere di minchiate e a me spetta confezionare i pacchi tempestivamente.

A ciascuno il suo.

Quando arrivo al magazzino, che già è buio pesto e la campagna intorno sembra un enorme ghiacciolo solitario, trovo Ulisse che fuma avidamente. Si chiama così dalla nascita senza averne colpa e se lo porta tutto addosso il peso di quel nome. Curvo, poggiato addosso al muro, incrocia i suoi occhi duri con i miei. Poi solo un cenno di saluto. Contraccambio con un mezzo sorriso amaro.

Nello spiazzo si forma subito un gruppetto di teste. Sono quasi tutti giovanissimi. Molti fumano come se non ci fosse più un domani. E in effetti la prima pausa è dopo tre ore e per un fumatore quest’intervallo di tempo è simile ad una lunga apnea ad occhi aperti in uno sperduto abisso di tenebra e solitudine.

Il turno di notte inizia. Tic tac. Il tempo, che è sempre denaro, ci trasforma in strumenti per un’economia che non capiremo mai. Ma tant’è. Tic tac.

Lavoro per un poco con un ragazzo. Mi dice di avere diciannove anni. Quando gli chiedo di dov’è mi confida timidamente «Sono di giù. Del sud» e poi sembra quasi aver dimenticato il nome del suo paese. Mi guarda fisso con due grandi occhi neri «Casal di Principe» mi sussurra e mentre lo dice, il ciuffo boccoloso che gli pende sulla fronte, ballonzola tutto come un palmizio scosso dal vento.

Mi cambiano di posto. Adesso la mia postazione di lavoro si chiama Baia. Ma vi assicuro che da qui non vedo nessun mare o porto o isola. Nemmeno un gabbiano a farmi compagnia. Solo un lungo nastro trasportatore. Come una lingua infinita che striscia dovunque.

Il rumore costante che sento è quasi un sussurro, un borbottio eterno che nasconde in sé qualcosa di orchestrale. E’ il risultato di una composizione assai complicata.

Se volto lo sguardo a destra e a sinistra vedo le facce del mondo intero. I volti spigolosi, affilati, delle ragazze dell’est Europa. Rumene per lo più, altre ucraine. Lo sguardo basso, le mani svelte che vogliono produrre. «Perchè se non fai i pezzi ti lasciano a casa e casa non ci puoi stare che c’hai due figli e un marito che se n’è andato o che non c’è mai stato». Vedo gli sguardi africani, arabi, che hanno visto il deserto, la crudeltà del mare. Anche loro ad occhi bassi. Senza avere un orizzonte.

Da questa baia vedo solo facce intente.

Spedisco pacchi in tutto il mondo. Pur rimanendo immobile, fisso, sempre nello stesso posto. Come un faro di me stesso.

E la notte passa. La notte liquida come un corso d’acqua. La notte di Natale che non ti aspetti. Che cerchi di dimenticare. E piano piano passa. Tutto passa. Come uno di quei pacchi che vedo avanzare sul nastro trasportatore. Tic tac.

Adesso che sono in pausa m’accorgo che è già Natale. Sono le 00,30. Seduto su una sedia provvisoria osservo qualcuno che accenna un buon augurio. Ma lo fa per abitudine. Quasi per inerzia. Almeno così mi sembra. Vista la situazione mi appare tutto un po’ grottesco.

Ritorno alla Baia. Ancora tre ore. Qui, di vedetta a controllare che tutto vada come deve andare.

Tra un pacco e l’altro cerco di poggiarmi ogni tanto sopra una pila di cassette nere che ho messo di proposito come sostegno. Tante ore in piedi, fermo, rendono nervosa la mia schiena. Ma poi penso che domani non lavorerò e la schiena già mi fa meno male. La mente a volte è un potente antidoto per certi dolori.

Ancora due ore. Le più difficoltose. Passano lente. Più lente delle altre. Perchè sei più stanco. Per il metabolismo o roba del genere. Inizi ad immaginare la prima colazione che mangerai. Il caffè caldo. Quello buono. Che ti farai con la moka di casa tua.

Controllo ancora il nastro che scivola intransigente. Sono quasi le sei. Quasi l’alba di un giorno nuovo. C’è ancora la luce artificiale ma tra poco sarà tutto più chiaro.

Sono in fila vicino al marcatempo. Osservo le nuche dei miei colleghi che staccano per andare a riposare. Se avessero una bocca, quelle nuche mi sorriderebbero. Quest’idea mi fa ghignare anche se è un po’ inquietante. A quest’ora la mia fantasia diventa un tantino bizzarra.

Timbro l’uscita. Di sicuro qualcuno alle mie spalle sta guardando la mia nuca sorridente.

Con un passo deciso quasi isterico esco fuori dal magazzino. Il cielo è un panno bianco lasciato ad asciugare. Mentre cammino m’accendo una sigaretta. La prima della giornata. Fumo e cammino. Cammino e fumo. La testa che un po’ ciondola e un po’ vuole star dritta. All’improvviso, che neanche me ne accorgo, inizia a nevicare. Cade la neve che sembra non finire mai.

Respiro a fondo. Poi entro in macchina e accendo il motore. Il quel tepore che piano piano cresce mi siedo goffamente sul sedile. Mi accorgo solo adesso di quanto sono stanco. L’aria calda scioglie il ghiaccio notturno cresciuto sul parabrezza. Si forma un ghigno sul vetro. Due baffoni che ridono di gusto.

Accendo la radio. La musica mi dà un certo sollievo.

«Bello questo pezzo» mi dico «è proprio ora di tornare a casa».

E me ne vado nel bianco sempre più bianco. Felice che anche questa notte sia passata.

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3 pensieri su “Natale Operaio

  1. Questa volta non ci vado molto per il sottile. Penso che sia un testo meraviglioso. C’è vita dentro questa narrazione, in tutte le sue forme.
    Depressione, noia, l’abitudine del ripetersi incessante delle solite cose, delle solite storie, ma anche la forza di non abbattersi, del non abbandonarsi a quella solitudine che porta ad estraniarci da ciò che ci è vicino, a focalizzarci unicamente su noi stessi perdendo il senso complessivo della realtà che ci circonda.
    Tutta questa complessità del protagonista, dal punto vista al modo in cui egli “vive” il suo “vissuto”, mi fa pensare ad una cosa: lui è uno scrittore, ma (nonostante i riferimenti iniziali non a caso incerti) ancora non lo sa!
    Bellissimo testo per lo speciale Luca, tanti cari auguri per il Natale appena passato e per il nuovo anno!!
    P.s. Mi è piaciuta tantissimo la conclusione, alla fine il Natale è arrivato anche per lui!

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