Lachesi

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La roccia scura e rossastra, impregnata di ferro e salsedine,sta lì -forse da sempre- a fissare i capricci e i cicli dell’acqua gelata: la accarezzano, la blandiscono o la schiaffeggiano, con l’obiettivo testardo di strapparla da terra per plasmarla al loro volere, fino a ridurla in frammenti di sabbia.

L’Oceano ce la farà: ha il tempo dalla sua, tutto il tempo del mondo.

Sono seduta sulla spiaggia a guardare come il mare chiama a sé la scogliera, onda dopo onda, un granello alla volta.

“Tutto cambia -penso-, anche quello che è sempre uguale a sé stesso. Non ha alcuna importanza se non ce ne rendiamo conto, se lo vogliamo o no.”

C’è una chiesa di assi di legno bianche dal campanile a punta di matita temperata più in là, nel paese. La campana batte quattro colpi: me li porta il vento.

Mi alzo spolverando con le mani le tasche dietro dei jeans. Io e le mie scarpe da tennis più bianche della schiuma delle onde voltiamo le spalle al mare e rientriamo.

Le suole di gomma non fanno rumore sul legno: è un asse un po’ vecchio sul secondo gradino, indisciplinato e pettegolo, ad annunciare il ritorno.

“Riprendiamo, cara?”

Da una stanza al fondo del corridoio, ultima porta a destra, profumo di incenso di sandalo e rumore di ceppi che bruciano.

Sembra la scena di un film: il rumore del vento che si sta alzando e della pioggia che comincia a battere, scrosci che vengono e vanno sulla facciata di legno; un corridoio lungo invaso dal grigio di fuori; una porta semiaperta ritaglia un rettangolo sbilenco di luce color mandarino maturo sul pavimento, così in contrasto con il freddo e la pioggia che si fa disperata. Oasi immobile di calore, quella porta socchiusa.

…Riprendiamo, cara?

Scosto la porta con la punta delle dita. Sotto il profumo d’incenso un sentore più sottile, di copertine spesse e scure e di fogli ingialliti, di inchiostro, segni e disegni su pagine con le U scritte come se fossero V.

È come spostare il cursore del tempo all’indietro: libri immobili rilegati di pelle, pareti in mattoni di sapere antico; un tavolo scuro, due poltrone e un camino appoggiato sul pavimento di assi lunghe di legno quasi nero strofinato di cera d’api. Il naso registra il profumo di favo insieme a quello delle pagine e dei coni di incenso di sandalo. Due poltrone, schienali e braccioli alti, morbidi e severi, il proprietario di quella voce sottile e graffiata che mi chiama “Cara” e mi esorta ad accomodarmi nella poltrona di fronte alla sua.  Mancano i levrieri accucciati ai suoi piedi:  indossassi un abito lungo ed austero al posto dei jeans e della maglia a collo alto, avessi i capelli stretti e raccolti in trecce arrotolate sul capo, tutto sarebbe perfetto, una capriola all’indietro negli anni, verso il 1860.

È senza tempo l’espressione dell’uomo dal viso scarno,  percorso da una mappa di rughe che mi siede davanti. Ha visto tanto durante il corso della sua esistenza, forse tutto. Chissà, quanto ancora vedrà.

Obbedisco, chino un poco la testa: un’allieva che segue ciò che le dice il Maestro. Sollevo il mento e lo fisso negli occhi appoggiando, come una statua di Iside sul trono, i palmi delle mani sulle ginocchia. Composta, pronta a cercare i bandoli di mille, cento, di una sola matassa.

“Sei pronta, mia cara, a sciogliere i nodi che intralciano la Via e legare tra loro i fili dispersi per rimettere ordine? Sei pronta a tagliarti le mani con lame affilate, a recidere arterie per deviare il corso del sangue nei vasi in cui è scritto che scorra?

Lo sai? Destino ha un senso dell’umorismo bizzarro.

Era destino che ci fossi tu, qui, chiamata a mutare il suo corso? Se lo lasciassimo fare, cambieremmo gli eventi: una vita, due vite nelle posizioni sbagliate in quello che è il Disegno, e Destino annienterebbe se stesso. L’imprevedibile, il caos senza ordine…”

Destino: ne parla come fosse il vecchio amico bislacco delle serate a bicchieri di rosso in osteria.

Sospira e mi guarda, come per dire “Tu hai combinato il casino, tu lo sistemi.”

Annuisco, guardo le mani aderire alle gambe, rifletto un secondo, uno appena: quale sia la mia responsabilità in tutto questo non mi è chiaro. Quali i compiti e le implicazioni, nemmeno.

Sollevo le spalle e il mento. Sono pronta a tuffarmi nei rovi di quello che pare un giardino sconosciuto e scomposto – armata solo di forbicine per unghie e senza nemmeno indossare dei guanti -, per far affiorare ciò che deve essere da sotto il groviglio dei nodi asfissianti di quello che è. Se fallisco, il caos senza ritorno: così dice il Maestro che mi siede davanti con gli occhi gravi, il viso di rughe e una tazza di tisana al quadrifoglio stretta tra le ossa delle dita guantate di pelle giallastra.

“Chiudi gli occhi, mia cara, è ora tu vada.”

Non posso fare altro che obbedire: accosto le palpebre osservandone il buio.

Il Maestro cantilena qualcosa, la sua voce ha smesso di graffiare: è velluto, adesso, spire di serpente che piano piano mi avvolgono, è la pianta di fagioli di Jack Topolino che si arrotola intorno al cervello, al midollo spinale per portarmi su, oppure giù, altrove. Non so.

“Ora apri gli occhi”, bisbiglia nella mia testa. “E non avere paura di ciò che vedrai. Non averne.La paura è un viluppo che si aggiunge ai nodi che bloccano il passo. Abbi timore, sì, e rispetto. Ma non aver mai paura di tagliare ciò che sembra unito allo sguardo del mondo ma che,  nel profondo, dirotta la Via.

Non tutto ciò che è stato, non tutto il presente è sacro,  BambinaBambino. La strada lo è. Il fiume lo è. Il Disegno lo è. Ora apri gli occhi e guardati intorno.”

 

Non c’è il camino, né il pavimento di legno quasi nero. Non ci sono la stanza, la casa: sono lontana mille universi dal campanile con il tetto a punta di lapis.

Mi chiedo di sfuggita perché abbia detto “Bambino Bambina”, ma non so, forse ci penserò dopo, quando avrò capito in quale posto sia capitata.

Sembra infinito e rotondo: un enorme piatto, la struttura che regge le torte di nozze, una palafitta girevole come una clessidra; sospesa e fluttuante, colonne in alto e in basso. Fili tesi dalle profondità senza inizio all’infinito del cielo e vice versa, e poi altri tra un pilastro e un altro e oltre, di traverso, tesi come corde di un violino o morbidi come altalene, appena accennati, corti come un pelo di gatto tagliato oppure lunghi come tutti i fiumi della Terra: non c’è inizio  né fine.

Penzolano e si muovono: dall’alto, dal basso, dal nulla, fusi e confusi con altri. Intrecci e grovigli: una foresta di liane, di corde, metallo, aria, erba, bava di lumaca e tela di ragno. D’acqua e di terra, sono d’oro e di latte, farina di tapioca e diamanti, di tutte le sostanze del mondo e di altri mondi che non conosco, che nessuno conosce né conoscerà mai, sono di fuoco. Mi intrappolano, si strusciano contro le guance, si intrecciano con i capelli e sembrano vivi: edere che mi credono un nuovo, inesplorato muro cui attaccarsi per succhiare la solidità del tronco di cui sono prive.

Sto soffocando: le corde mi studiano, si avvicinano al collo.

Morirò stretta in milioni di destini non miei senza aggiustarne nessuno; andranno a seccare e sparire perché io avrò fallito.

Sarà stata solo colpa mia: è  troppo grande per me, come posso?

Sto esitando, sto sbagliando, non dovrei essere qui. Sono un’intrusione nell’ordine del cosmo impazzito, come abbiamo osato? Maestro, mi hai mentito fin dall’inizio, tu e le tue favole sul Destino, sull’Ordine, sulla Felicità: come hai potuto?

Funi, cavi possenti, fili di seta intorno a me stringono sempre di più.

La cantilena continua: “Non paura, timore, Caro, Cara, non paura, timore e rispetto, ricorda.”

“Lasciali entrare, guardare, esplorare, lasciali fare”, mi sussurro, incorporea e disperatamente di carne: quello che sono, qualsiasi cosa io sia in questo preciso momento, spalanca le braccia con un sospiro profondo, apre gli occhi e la bocca. I fili, le corde e le funi entrano ed escono dalla mia consistenza, senza dolore. Solo, un lieve solletico.

“Tagliare e riunire, sciogliere i nodi sbagliati”

Intorno a me solo nodi ed intrichi: quale sarà quello giusto?

Quale sarà il giusto intreccio sbagliato? Quasi mi vedo sorridere

Mi irrigidisco.

Il dubbio paralizza, frammenti di specchio con mille inclinazioni diverse, come sposto lo sguardo cambia la prospettiva.

Allora non c’è Verità: tutto dipende dal punto su cui appoggiogli occhi, è tutto casuale. Forse, posso solo star ferma e lasciare che sia perché – se chino appena la testa-, tra mille riflessi che urlano “è giusto” ne può comparire uno, uno solo -tra le infinite sfaccettature-, che sospira “potrebbe essere la scelta sbagliata” ed avere ragione: dunque, che posso fare se non fermarmi, pietrificata?

Chi sono io per disfare ciò che già è fatto?

Ma, d’altronde, chi sono io per non farlo?

Non tutto ciò che è già scritto è privo di errori di ortografia.

Affiora, come un sottomarino dalle profondità dell’oceano:

Do I dare/Disturb the Universe?

In a minute thereis time/for decisions and revisions/That a minute will reverse

Eliot, capisco adesso perché ti amo dai visceri: quel verso mi si è conficcato dentro, chiodo e domanda che ha bisogno, ora, di una risposta. Questo è il momento in cui dovevo pensarti, l’istante preciso.

Si, oso. Perché posso, perché voglio.Perché, in qualche modo, devo.

In fondo è così semplice, penso.

Tutti possiamo disturbare l’universo: siamo universo, mondo, stella e galassia, granello di sale e molecola, daino e ameba.

Sono il cosmo e osservo i fili e i nodi, i filamenti sottili come le lamelle di un fungo che si stendono, sterminati, dentro e fuori di me. Osservo i nodi, passandovi sopra lo sguardo, senza fissarne nessuno, come un faro di notte.

Dio, quanto lontano riesco a guardare: fino alla fine dell’Infinito. Io, che di solito non vedo a tre metri senza gli occhiali.

In quella foresta invasa di luce e di intrichi, un punto più scuro. È piccolo e insignificante: mi era sfuggito,ma ora lo vedo. E, nel momento in cui i miei occhi gli si posano sopra, ecco che tutto risucchia ed assorbe, diventa più grande e compatto.

Lui sa che l’ho trovato.

Guscio di tellina sepolto tra le dune del deserto, ti ho trovato.

Esplode la luce, mi acceca, esplode il risucchio del nero che si espande, la stasi combatte.Il disordine, l’errore che non avrebbe dovuto essere, che deve cessare: lo guardo mentre cerca di conservare sé stesso diventando roccia e fanghiglia.

Sono lì, sopra, accanto, sotto, intorno, dentro e fuori quel nero: sono io l’Errore e il Rimedio, il tutto ed il nulla, il fuoco sul braciere possente che brilla sulla cima del monte più alto e il fondo del fondo del pozzo più buio, mai raggiunto dalla luce del sole.

Ciò che È si ribella a Ciò che Deve Essere.

“Adesso, Bambina Bambino, adesso è il momento: esita e agisci, adesso.”

Rimbomba ovunque il pensiero di carta vetrata e velluto del Maestro con le mappe del cosmo sul viso.

Stringo le mani, le intreccio tra loro, al centro di quel buio senza fine né inizio. Trattengono il nulla, i capi di due corde robuste. Poi, lentamente, le apro: come quando catturavo i grilli nei prati, d’estate, e chiudevo i palmi a forma di orcio per non farli scappare. Delicatamente sollevavo un dito dopo l’altro per guardare un’ultima volta quella scheggia di verde dagli occhi grandi e le zampe lunghe, prima che spiccasse il balzo verso il suo posto, tra i fili d’erba e i fiori gialli. Piano, lenta, con calma. Salta, grillo, ora vai.

Destino, andrà tutto bene. Salta, ora vai anche tu: un’altra strada appartiene a quei capi, non ciò che è stato fino ad ora.

Andrà tutto bene, corde annodate per sbaglio: lottate, vi dimenate, ma ciò che è storto ora diventerà dritto, anche per voi. Tranquille, funi finalmente sciolte e libere di intrecciarsi con altri profumi ed essenze. Va tutto bene, non dovete avere paura.

E’ finito il buio, ormai. Con un tremito, la luce ritorna piena e diffusa, non c’è più angolo buio in quest’infinito rotondo.

 

Osservo i due lembi di serpente ormai sciolti allontanarsi lentamente, come foglie sulla superficie di un lago appena mosso da una brezza leggera. Uno dei due si avvicina dolcemente ad un altro, fino ad allora straniero alla scena: è esile e azzurro come un piccolo fiore di prato. Tremo.

“Sei stata brava, Bambina. Ricorda e dimentica, tutto è tornato al suo posto. Sei stata brava.”

Una brezza, un’increspatura, un risucchio.

È come emergere da un’anestesia: intontita riprendo ad avere due braccia, due gambe, un busto e una testa di ossa e di carne.

Avverto intorno il calore del sole, il rumore di traffico, l’odore di smog e fast-food della mia città.

Scuoto la testa solo un poco, sento me stessa camminare su un paio di tacchi, una borsa a tracolla sulla spalla e una valigetta tra le mani.

“Da adesso in poi tutto andrà come è scritto, Bambina. Sorridi, avrai la tua ricompensa. Arrivederci, Cara. Non paura, timore e rispetto, ricorda. E occhi grandi. Perché tu sei grande, la più grande. Ciascuno di noi è il più grande, per questo siamo convinti di essere piccoli e insignificanti.”

La sensazione di un bacio leggero sulla guancia, il profumo di incenso di sandalo e libri. Passa e va.

“Dottoressa, buongiorno, mi scusi il ritardo!”

Un uomo alto, con gli occhi che sorridono e la voce di velluto e di carta vetrata mi viene incontro con la mano tesa.

Gli stringo la mano: due fili si annodano, stretti. Un lievissimo scatto, l’incresparsi dell’aria, luce che avvampa un istante per affievolirsi e tornare normale. Il Destino festeggia il proprio ritrovo, forse

Il sole è più intenso, la brezza più dolce: anche lo scoppio di risa in un bar sotto i portici nella via pavimentata di sassi,e i clacson che suonano a domandare la strada,sembrano in pace.

È tutto in ordine, ora.

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4 pensieri su “Lachesi

  1. L’ho letto la prima volta poco prima di dormire. Non c’ho capito nulla e ho pensato fosse una roba astrusa e complicata che probabilmente non ero in grado di capire.
    L’ho ripreso ora e sono felice di aver avuto una prima impressione sbagliata, colpa sicuramente della stanchezza atavica che mi coglie puntualmente al desio…
    Mi piace, mi piace, mi piace. Inoltre mi son documentato sul titolo e adesso so qualcosa più di prima. Doppiamente felice, quindi.
    L’ho già detto che mi piace?

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  2. Se fosse un film, giurerei di trovarmi di fronte a qualcosa di Dalì o di Buñuel. *.*
    Due mondi tanto lontani come i miti classici e il surrealismo qui sono ben collegati (e non entro nel merito delle citazioni, visto che l’unica esplicita è quella di Eliot… Chissà quante altre ce ne sono nascoste), complimenti! 😉

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