Il ritorno

La notizia del ritorno giunse legata alla zampa di una colomba bianca, la migliore viaggiatrice della colombaia reale. Molti la riconobbero durante il volo grazie ai sottili nastri con i colori reali che fluttuavano dalle zampe, tanto che la voce si sparse ovunque nella capitale ancora prima che la colomba, spossata dal lungo viaggio, si depositasse sul suo trespolo nella torre di arrivo al castello.
E allora i pesanti e polverosi drappi di velluto viola furono strappati via, a liberare le grandi vetrate colorate. I cristalli vennero lavati e ripuliti con cura maniacale, le intelaiature di legno e metallo lucidate e riparate ove necessario. Spazzate via le ragnatele, restaurati i legni del mobilio, sgrassati e incerati tutti i pavimenti.
Un numero imprecisato di servitori, lacchè, vassalli, cucinieri, sguatteri e altri personaggi dalla dubbia utilità presero d’assalto ogni angolo del castello.
Ripulendo, sistemando, organizzando, addobbando.
Giorni febbrili in cui la dimora reale brulicò di ansiosi preparativi, di scettica gioia trattenuta, di dubbiosa attesa dell’arrivo.
Il sovrano tornò a impegnare il trono e occuparsi degli affari di Stato ignorati per troppo tempo, la regina consorte riprese a passeggiare per i giardini del palazzo pianificando i festeggiamenti.
Delegazioni da ogni famiglia nobile e da ogni corporazione commerciale si precipitarono a palazzo per rendere omaggio e partecipare alla festa.
E il giorno giunse. Nel tripudio generale le porte della sala del trono vennero spalancate da due corazzieri della guardia reale, mentre le vetrate istoriate non potevano nulla contro le grida di gioia e saluto della folla festante radunata attorno al castello.
Il re e la regina aspettavano, incapaci di rimanere seduti e bramosi di riabbracciare la loro unica figlia, trattenuti soltanto dal protocollo e dalla solennità del momento.
All’ingresso della giovane donna nel salone gremito, tutti i presenti smisero di produrre anche il minimo rumore. Persino le mosche smisero di volare, intimorite da tanto silenzio. Avanzò tra due ali di folla commossa, dapprima timidamente a causa dei tanti anni passati lontano, poi sempre più sicura. A pochi passi dai reali genitori iniziò a correre, quasi cadendo tra le braccia della madre piangente e del padre che faticava a mantenere un contegno, mentre i cortigiani sfociavano in un applauso liberatorio.
Solo dopo innumerevoli abbracci, saluti, riverenze e omaggi d’ogni genere da parte dei sudditi più importanti, il re diede ordine di far entrare il valoroso cavaliere, artefice del salvataggio dell’erede al trono.
Il silenzio tornò protagonista mentre le pesanti porte di quercia venivano riaperte.
Un nobiluomo ancora bardato da corazza, spadone e mantello dai colori della sua casata coprì lo stesso percorso della principessa, non sortendo però lo stesso effetto di sollievo e beatitudine.
Giunto ai piedi del trono s’inginocchiò e chinò il capo, pronto a ricevere il meritato apprezzamento del sovrano per avere liberato la figlia dalle grinfie del malefico drago.
Due giovanissimi paggi si portarono ciascuno a un lato del cavaliere, con l’incarico di mantenere alti i suoi vessilli. Uno svenne, nell’imbarazzo generale.
Si levarono mormorii di costernazione e non pochi fazzoletti spuntarono tra le mani delle signore per andare a coprirne le nobili narici.
La principessa sorrise nervosamente, consolata dal comprensivo abbraccio della regina madre.
Finalmente il re ruppe gli indugi. Si alzò dal trono e con passo fintamente deciso si avvicinò al cavaliere, cercando di non mutare la regale espressione.
“Prode cavaliere,” esordì, “ti ringraziamo per aver riportato a corte la nostra amata progenie. Dicci ora, racconta delle memorabili gesta che ti hanno permesso di sconfiggere il più temibile dei draghi sputafuoco di Andaar.”
Il cavaliere sollevò dapprima il capo e poi si alzò, lasciando cadere sul pavimento lucidato fiotti di una sostanza vischiosa, giallognola e tremendamente puzzolente.
Qualcuna delle nobildonne più vicine ebbe un mancamento alla vista e al sentore della sostanza. Furono sorrette e accompagnate fuori, all’aria fresca.
Il cavaliere con un movimento repentino si portò un passo indietro e si voltò di tre quarti, sfilandosi l’elmo e inondando di liquame gelatinoso buona parte degli astanti più vicini. Poi con tono di trionfo, declamò:
“Vostra Maestà, mia Regina, nobiluomini e nobildonne del regno, la buona sorte mi fu amica e compagna nella ricerca e nella lotta alla bestia. La dea bendata della fortuna si parò al mio fianco quando mi trovai faccia a faccia con il più possente e venefico Drago di Andaar. Il mostro squamato non fu in grado, durante il tenzone, di ostruire la mia strada per la vittoria grazie al suo dardeggiante alito infuocato, poiché impregnato da un potente, madido raffreddore.”

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