Di nuovo

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Osservo il gabbiano che si alza e si abbassa al ritmo delle onde, tra il grigio fumoso della cappa di nuvole e il grigio compatto del mare. Lui si muove, e io sono immobile.

Ho decisioni da prendere, mentre scosto i capelli dal viso e cerco di non far salire la gonna sollevata dal vento: dovevo mettere i jeans. Ho sbagliato di nuovo.

Fisso il cielo, le nuvole, il gabbiano che, dopo aver planato su un’onda, volge la coda alla terra e si dirige verso il mare aperto fino a sparire.

Mi porto una mano all’orecchio e poi più sotto, sulla mascella. Un dolore lieve, come quando fa male un dente: un po’ di gonfiore c’é ancora ma almeno adesso il fondotinta nasconde quel blu venato di verde e di giallo. Fino a tre giorni fa non potevo uscire di casa.

Entra in casa, mi deve dare quel paio di jeans che ho lasciato la scorsa settimana nel suo appartamento.

Appunto: l’ho fatto entrare io.

Ho sbagliato di nuovo, visto?

Chiude la porta. Non un ciao, nemmeno il tempo di arrivare in cucina: «Bastarda puttana!» così, di sorpresa.

Dolore alla testa, uno strappo quando mi afferra i capelli tirandomi verso il salotto.

Sto urlando, ma nessuno mi può sentire: lui sa bene quanto siano spesse le pareti del vecchio palazzo dove c’è casa mia. Non arriverà nessuno, adesso smette, è un attimo, perché dovrebbe continuare, ma cosa gli prende?

Ogni volta che chiudo gli occhi sento ancora il caldo dopo il primo pugno in faccia, prima che arrivasse il dolore.

Mi butta a terra: il pavimento, la suola dello scarpone sul fianco, il freddo del marmo, la testa che sbatte e rimbalza a ogni calcio, come una palla da basket; il male ai denti, il gusto del sangue in bocca. 

L’orecchino sotto il divano: eccolo lì, ma guarda un po’ dov’era finito…

Mi tira su a forza per la maglia che si slabbra e si strappa; una ciocca di capelli gli resta in mano quando mi tira  in piedi e poi un ceffone  così forte che mi invade le orecchie: un fischio, i rumori indistinti.

Non sento niente, cazzo, non sento più niente!

Continua, urla che sono una troia, che mi sono scopata anche i cani, che una puttana come me deve avergli attaccato qualcosa di brutto, che ha perso tre mesi con una che la dà a tutti quelli che passano e io gli urlo no, sei pazzo, smettila, non è vero, e più grido, più forti diventano i calci alla bocca dello stomaco e i pugni.

Ora va via, non so quanto sia durata. Dieci minuti, cinque, un’ora, una vita?

 Mi tiro su dal pavimento. La testa gira, l’orecchio fischia, ogni respiro un dolore, il freddo dentro e il caldo insopportabile dove mi ha colpita. La pelle brucia,  io tremo.

Paralizzata striscio verso il lavandino in cucina, apro l’acqua e afferro un bicchiere: ho sete, tanta sete.

Poi striscio di nuovo, arrivo al bagno  come un lombrico e  vomito acqua, sangue, muco, la cena.

Non riesco a piangere, a urlare, non riesco a pensare.

Sul pontile una goccia di pioggia poi due, guardo i piccoli cerchi che si allargano sul mare: sono vestita troppo leggera, ho la maglietta bianca e se mi infradicio poi si vede tutto, sotto. Ho dimenticato l’ombrello. Ho sbagliato di nuovo.

Sospiro, mi giro lentamente e inizio a camminare verso il lungomare.

Un ragazzo di colore in fondo al pontile vende ombrelli: potrei comprarne uno, ma non so: poi che succede, dopo?

Mi guarderebbe, parlerebbe con me, mi toccherebbe per darmi l’ombrello e prendere i soldi: no, mi bagno, non importa, tanto vado a casa e mi cambio. Così non sbaglio di nuovo.

Ho telefonato a Giulia: è venuta di corsa, mi ha fatto una camomilla, rimane qui a guardare la mia faccia gonfiare mentre piango per il dolore e l’umiliazione. Dice che devo andare in ospedale, ma domattina devo alzarmi presto; dice che devo correre dai carabinieri. Ma io lo conosco, non farà più, forse aveva bevuto. Ho pianto fino ad addormentarmi.

Cammino veloce sotto la pioggia, mi infilo sotto la tenda spiovente di un bar.

E adesso? Piove sempre più fitto, forse il ragazzo di colore che vende gli ombrelli non mi farà nulla, forse nessuno vedrà che gli parlo, e se mi vedessero saprebbero che sto solo comprando un ombrello e glielo diranno, sì, che non c’è nulla di male, non posso restare qui ferma sotto la tenda di un dehor ad aspettare che spiova.

Non l’ho mai tradito, perchè pensa sia una puttana?

Ho sbagliato, non so dove.

Faccio un cenno al ragazzo: «Quanto, per un ombrello?»

«Cinque euro, bella.»

Alzo il viso di scatto dal portafoglio, lo guardo spaventata, penso: Non chiamarmi bella, non gridarlo forte, non parlarmi, non toccarmi, non mi guardare, ti prego.”

«Ehi, non voglio farti niente, bella, dammi tre euro, solo per te, che colore? Hai paura negli occhi. Tu lascialo, lui stronzo.»

Gli metto in mano una banconota da dieci, afferro un ombrello a casaccio, lo apro e senza una parola scappo via senza  prendere il resto. Il suo «Grazie, bella!» mi insegue lungo la via.

Tra tutti gli ombrelli, rossi, gialli, rosa, azzurri, verdi, blu cielo, ho preso quello nero.

Affretto il passo sotto la pioggia, ora corro.

Avevo decisioni da prendere guardando il mare e si è messo a piovere: è un segno.

Casa: una volta era un posto sicuro. Ancora adesso lo è, dai,  è stato solo un episodio: lui non è un mostro. Lo conosco, è diverso dalla belva feroce con gli scarponi che si abbattevano con troppa forza e nessuna pietà sulle mie costole.

Apro la porta di casa, la chiudo veloce alle spalle, mi appoggio allo stipite.

Poso l’ombrello: “Hai paura negli occhi. Tu lascialo, lui stronzo”: ma cosa può saperne uno tutto stracciato che vende ombrelli all’angolo della strada?

Vado allo specchio, il fondotinta è ancora lì: come può un tizio per strada aver visto la traccia viola sulla mascella? Forse un’ombra,  uno spasmo di dolore quando ho alzato la testa a quel “bella” così inopportuno, anche se so che sicuramente lo dice a qualsiasi donna provi a vendere un ombrello.

Mi siedo al tavolo della cucina: in salotto non riesco quasi più a mettere piede, ogni volta che entro rivedo l’immagine di me accartocciata sul pavimento mentre cerco di scansare i calci, di proteggermi… scaccio con una mano i pensieri.

Devo decidere.

Prendo il telefono, leggo il messaggio: “Sei andata a prendere il quadro che avevamo scelto insieme per la camera da letto? Arrivava oggi, ricordi? Sei così distratta, principessina…

Devo decifrare, cercare, lettera per lettera. Sono pronta a rinunciare alle sue braccia intorno a me per un singolo attimo di follia? Sono disposta a svegliarmi da sola per il resto della mia vita? Mi pesterà ancora?

Devo capire dove ho sbagliato, di nuovo.

Metto su la teiera, mi accorgo di avere ancora addosso gli abiti umidi: vado in camera, tolgo gonna e maglietta, prendo la tuta, quella con la maglia larga e il cappuccio. Dopo dovrò scendere a buttare la spazzatura e a prendere del pane e della frutta per cena stasera, sempre che riesca a mangiare qualcosa.

Con la tuta e il mollettone in testa non sbaglio di nuovo, no. Devo solo ricordarmi di controllare che il fondotinta tenga: sono così distratta, ultimamente…

“sei così distratta, principessina…”

Ecco, vedi? Ha ragione lui.

Ma io non sono una puttana, non sono andata con nessuno, e poi se fosse? Non siamo sposati, non conviviamo, ci frequentiamo, stiamo imparando…

Però, ecco, se lui reagisce così solo al sospetto che io abbia un altro, allora vuol dire che forse tiene a me. Vuol dire che ha paura di perdermi e si è fatto prendere dal panico, ha reagito nel modo sbagliato perché è terrorizzato all’idea di restare senza di me. Allora forse mi ama davvero, solo che ancora non ne è consapevole. Chi ama ha tanta paura di perdere, e lui ha perso il controllo per troppo amore.

Quindi è colpa mia: dopotutto, ci siamo conosciuti perché gli ho rovesciato un bicchiere d’acqua sulla camicia inciampando, e lui aveva sorriso al mio profondermi in scuse e alla mia aria mortificata. Me lo ricordo bene, sorrideva e ripeteva “Non è nulla, solo acqua, stai tranquilla, certo però che sei distratta eh. Ciao, mi chiamo Corrado, Principessina Svagata…”

Era cominciata così, con l’acqua sulla camicia, e poi gli avevo offerto il caffè per scusarmi della mia sbadataggine. Tre giorni dopo mi aveva invitata a cena, e da quel momento non ci siamo più lasciati. Anche se, devo essere sincera, stare con lui è difficile, a volte: è così geloso.

Se non sbaglio di nuovo, d’ora in avanti, se mi impegno, allora non accadrà più: niente insulti, niente calci o ceffoni feroci.

Solo le mani per accarezzare, le braccia per abbracciare, per proteggermi dal mondo e anche da me stessa, dalla mia sbadataggine, dagli errori.

Si, ma se sbaglio di nuovo? Se dovessi provocarlo di nuovo? Non so neanche cosa abbia fatto per farmi menare, ma lui era stanco, stressato, sì, e il lavoro non gli va tanto bene.

Sarò attenta, molto attenta, sì, ecco.

Farò così, sarò attenta,  andrà tutto bene, solo mani per accarezzarmi e piedi per accompagnarmi nei nostri viaggi insieme. Sarò attenta e fedele e come mi vuole lui, che mi ama, che ci tiene a me al punto di trasformarsi in un altro per paura di vivere senza di me.

Mi guardo allo specchio e sorrido. I segni stanno scomparendo, fuori e dentro.

Smetterò di sbagliare.

Vado al tavolo della cucina, prendo il telefono.

Sì, ho preso il quadro, devo appenderlo

Messaggio: “Non sei capace a piantare un chiodo, lo sai, vero principessina? Se vuoi vengo adesso, lo metto su io. E l’altro giorno è stato un momento, sono distrutto, non succederà più: dammi il modo di chiederti scusa come si deve

sorrido: “vedi” -mi dico- “non succederà più, lui mi vuole, mi ama, lui è così dolce. Cosa mi può succedere, dai”

Quando puoi venire? Una mano mi farebbe piacere

Cinque minuti sono da te, ho già tutto in macchina.”

Mi alzo, rifaccio veloce il letto, metto in ordine la tazza di té mai bevuto e ormai freddo, lui non sopporta il disordine, e io sono distratta e disordinata.

Non devo sbagliare, non più: sarà bellissimo, lui vuole me.

Bussa alla porta, proprio mentre stavo pensando di andarmi a cambiare: mi vedrà in tuta e con il pinzone, capirà che così nessun uomo mi guarderebbe, apprezzerà, non avrà da ridire dei vestiti sformati, anche se di solito sono sempre carina, per lui.

Capirà, apprezzerà, non sto sbagliando.

Corro alla porta, la apro, un sorriso prima timido poi sempre più largo. Entra in casa, è bellissimo, forte, si guarda intorno. È qui che deve stare: con me. Tiene il martello in una mano, una borsa con i chiodi nell’altra.

Si volta, mi guarda, mi squadra per bene: «Ma come cazzo ti sei conciata? Sembri una fottuta vecchia barbona, fai schifo! Come faccio a scopare, adesso? Me lo dici come faccio?»

Lo guardo, senza capire.

Poi capisco, all’improvviso, nel momento in cui alza il martello e lo tira giù, sul mio viso.

Visto? Ho sbagliato, di nuovo.

 

 

 

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