6 novembre

Il giorno del suo cinquantesimo compleanno, Alan si fa un regalo.
Un giorno di ferie.
L’ha programmato da tempo, così invece di trascorrere la solita snervante giornata in ufficio, può accompagnare i figli a scuola e la moglie al lavoro, per poi rilassarsi guidando piano e quasi senza meta fino ad uscire dalla città.
La playlist sapientemente selezionata lo riporta con naturalezza indietro nel tempo mentre ripercorre vecchie strade solo credute dimenticate e rispolvera ricordi sepolti da innumerevoli strati di quotidianità.
Si sorprende a ricordare perfettamente canzoni che non sentiva e cantava da almeno trent’anni e a sciogliere nodi nell’anima che lo stringevano senza saperlo.
Viaggia così per ore e chilometri, nello spazio e nel tempo, fino a giungere dove tutto ha avuto inizio. Una grande pianura costellata da campi coltivati a chissà cosa e geometrici boschi di alberi da legna.
Seguendo forse più l’istinto che la memoria, Alan abbandona la strada asfaltata in corrispondenza di uno dei tanti sentieri sterrati che serpeggiano tra vecchie cascine abbandonate e pioppeti nelle aree golenali. Infine arresta l’auto sul limitare del greto di un fiume. Del fiume.
Spento il motore, spenta l’autoradio, i suoni dell’acqua e del vento lo abbracciano, come a volergli dare il bentornato.
Lentamente e con serenità cammina lungo l’argine del fiume seguendone anse e curve, per quanto tempo esattamente non lo calcola e non gli interessa.
Una mano invisibile, o forse semplicemente il suo subconscio, lo guida nei luoghi in cui giocava da bambino, mentre il padre lavorava i campi e la madre da lontano tentava invano di tenerlo sotto controllo. Rispetto a quegli anni il fiume si è ritirato di molto, lasciando campo libero alla sporadica vegetazione e permettendo di camminare agevolmente sulle proprie sponde. Stanco di camminare, Alan posa il piccolo zaino che si è portato appresso. Si piega sulle ginocchia e ne svuota con calma il contenuto deponendo ordinatamente ogni cosa sui sassi asciutti del greto, poi si siede.
Nonostante la portata ridotta, il fiume sfoggia ancora un’impressionante potenza nella parte più profonda, suonando una colonna sonora di tutto rispetto. In lontananza uno sparuto stormo di uccelli disegna acrobazie stravaganti nel cielo. Nonostante l’autunno avanzato e le piogge appena cadute, splende un sole gentile, circondato da nuvole cariche che si divertono a giocare con lui.
Alan resta così seduto, quasi sdraiato sui ciottoli arrotondati, per un tempo indefinito, finalmente senza pensare a nulla di preciso. Ogni tanto afferra un sasso e lo studia, cercando di immaginare da quanto tempo quel piccolo pezzetto di roccia giace lì, in compagnia di una miriade di compagni.
Da centinaia, forse migliaia di anni. E forse per altrettanti continuerà a occupare quel piccolo infinitesimale posto nell’universo.
Alan invece no.
Tra gli oggetti ordinati al suo fianco ci sono un libricino e una penna. Li prende entrambi e si prepara a scrivere, quando un suono alieno lo distrae. Lo scroscio del fiume, il volare degli uccelli, perfino sporadici ronzii di motori lontani fanno parte del normale sottofondo sonoro. Il rumore di passi strascicati sui sassi invece lo costringe a voltarsi, contrariato.
Un anziano, un classico vecchietto, si avvicina con sorprendente agilità nonostante l’età apparentemente avanzata. Alan lo osserva di sottecchi, cercando di non dare adito all’intempestivo viandante di fermarsi a scambiare un saluto.
Purtroppo il suo desiderio non si realizza. L’omino lo adocchia e con un gesto che sembra denotare sorpresa gli sorride.
“Buongiorno.” Esordisce quando si trova a portata d’orecchio, accompagnando il saluto con un’alzata del bastone da passeggio.
“Buongiorno.” Si trova a rispondere Alan, impossibilitato ad ignorarlo ma cercando di mantenere un tono di voce scostante. L’anziano avanza fino a superarlo, lui e la sua ordinata installazione di oggetti posizionati con precisione. Il vecchietto fa scivolare lo sguardo su tutti, soffermandolo su uno in particolare.
Alan abbozza e accarezza l’idea di trovare un altro posto, restando però bloccato in un loop tra la voglia di farlo e la speranza di poter restare nuovamente solo. Ma evidentemente qualche involontario movimento del corpo tradisce i suoi dubbi, visto che il vecchietto lo dissuade.
“No no, resta pure seduto, non preoccuparti per me, non resterò molto. Bella giornata, vero?”
Alan risponde con un’espressione mortificata, raddrizzandosi sulla schiena. Cerca di recuperare, in fondo nulla vieta all’arzillo pensionato di godere del fiume esattamente come sta facendo lui. “Sì, molto bella. Per essere Novembre.”
Il vecchio annuisce, continuando ad ammirare il panorama, il fiume, i campi, i boschi di pioppi ordinatissimi e i piccoli agglomerati di case apparentemente lanciati come dadi a casaccio sulla pianura. Lo sguardo nascosto dagli occhiali da sole, ma un sorriso che non lascia dubbi riguardo alle sue sensazioni. “E’ tanto che non torno qui, sai?”
Questa volta tocca ad Alan annuire, sempre per educazione e non per reale interesse. “Davvero? Non abita più da queste parti?”
“Me ne sono andato molti anni fa. Ma qui ci sono nato. E tu?”
“Anch’io. Ora abito in città.”
“Oh, sì certo, la città…”
Poi silenzio, silenzio di parole ma non di sguardi. Il vecchio spazia dal fiume all’orizzonte. Osserva tutto a bocca aperta come fosse la prima volta. Le lenti scure degli occhiali non riescono a nascondere la sua gioia quasi infantile.
Alan, a sua volta, non resiste all’abituale tentazione di studiare le persone. In fondo non ha nessuna fretta. E’ il suo giorno di libertà da tutto e tutti. Non ci aveva fatto caso prima, ma ora nota che la pelle del vecchietto è in gran parte butterata e di un colore violaceo, probabilmente a causa di qualche malattia. Involontariamente si domanda se possa essere contagioso.
L’anziano intanto continua a guardarsi attorno respirando rumorosamente a pieni polmoni, salvo ogni tanto lanciare qualche fugace occhiata all’orologio.
Forse, pensa Alan, non può permettersi di far tardi, probabilmente si è concesso una passeggiata prima di tornare a casa dai parenti. O magari è in fuga dalla casa di riposo dove lo hanno stanziato e deve continuare a scappare per non farsi riacciuffare. Una specie di Papillon della Padania.
L’ispirazione per un racconto si presenta alla mente di Alan con tanto di squilli di tromba e fiocco regalo. Per un attimo è tentato di ignorarla, poi riprende la penna e il libretto che aveva rideposto sul greto.
“Prendi appunti su quanto sia meravigliosa questa giornata?” domanda il vecchio.
“Più o meno.”
“Sai una cosa, giovanotto? Fossi in te non perderei tempo a scrivere frasi memorabili o a inventare storielle che tanto non leggerà quasi nessuno.”
Alan richiude il libretto, colto sul vivo. “Mi scusi, non credo sia un problema suo quello che scrivo.” Risponde con disappunto.
“Oh, no, certo, assolutamente no. Ma ascolta quello che dice uno più vecchio di te. Goditi l’attimo. Goditi quegli uccelli che volano liberi, quelle nuvole bianche che disegnano immagini nel cielo, questo fiume che ci parla ininterrottamente da migliaia di anni, le sue pietre, quelle sì che raccontano storie, i rami secchi che l’acqua ha trasportato fino a qui e che provengono da chissà quali alberi. Ascolta il vento, annusa l’aria. Vivi. Ridi, Godi. Abbraccia chi ami. Un giorno tutto questo potrebbe finire.”
Al termine del discorso il vecchio si ritrova con le braccia aperte e sollevate sopra la testa, come a voler abbracciare tutto quello che lo circonda.
Alan trattiene a stento una risata, dubbioso su cosa pensare di quello sconosciuto. “Mi scusi ma… questa sembra proprio una di quelle frasi memorabili che secondo lei non dovrei perdere tempo a scrivere.”
“Infatti, giovane amico, l’ho detta io che ormai ho una certa età e non posso permettermi altro che parlare, mentre tu hai ancora le forze per vivere. Sempre che tu lo voglia davvero.” Conclude accennando verso uno degli oggetti a terra.
Alan non raccoglie l’allusione. “Se mi permette, lei non mi sembra messo così male da non poter godere di tutto quello che mi ha detto. Arrivare fino a qui è una bella scarpinata.”
Stavolta è il vecchio che cerca di trattenere una risata, ma ormai data l’età trattiene ben poco e il suono che ne deriva assomiglia più a un rantolo. “L’occhio inganna, mio caro. Ho fatto appello a tutte le mie forze per venire fino a qui. Ed è stato un viaggio molto lungo. Credimi, per niente facile.”
E con evidente fatica, come a voler sottolineare quanto appena affermato, l’anziano siede su un tronco sbiadito dal tempo e dal sole, girandosi direttamente verso Alan. “Vedi, cinquant’anni fa non avrei dato un soldo per la mia vita. In verità vi è stato un momento in cui non ero nemmeno convinto che avrei voluto vedere un altro giorno. Ero depresso, stanco, annoiato, nonostante fossi circondato da persone che a loro modo mi amavano. Mi sembrava che tutto si svolgesse senza uno scopo e che il mondo andasse alla deriva senza nessuna possibilità di un futuro migliore. Quasi speravo che un bel meteorite ponesse fine a tutto. Perché come dire, mal comune mezzo gaudio. Beh, il sassolone non è ancora arrivato e nell’ultimo mezzo secolo devo dire che non ci sono stati miglioramenti. Ho vissuto sulla mia pelle crisi economiche, carestie, guerre ed epidemie.”
Alan ora osserva il suo improvvisato compagno con nuovo interesse. Cerca di immaginare dove quell’uomo possa essere stato per aver passato ciò di cui racconta. Ma poi si rende conto che non serve andare molto lontano. Nonostante lì e in quel momento il mondo sembri meraviglioso, Alan ricorda quando il fiume occupava più del doppio del suo spazio attuale, quando con il cambio delle stagioni ci si poteva regolare l’orologio, quando il mondo sembrava veleggiare verso un futuro radioso salvo poi scivolare in crisi economiche, disagio sociale, terrorismo globale e cataclismi.
“Capisco cosa vuole dire.” Commenta infine rivolgendosi più a se stesso che al suo interlocutore.
“Poi un giorno ho ricevuto un regalo.” Continua il vecchio. “Come ti dicevo ero quasi sul punto di mollare tutto, e colui che a quel tempo consideravo come il mio unico vero amico mi fece capire che non era il caso. Mi convinse, a modo suo, che c’erano ancora un sacco di motivi per continuare a soffrire in questa valle di lacrime, come si suol dire. E devo ammettere che ho fatto bene a dargli ascolto, quel giorno. Non me ne sono mai pentito.”
“Lo vedo, sembra molto felice ora.”
“Lo sono, lo sono, a mio modo. E’ grazie a quella persona se sono arrivato fino a qui oggi. Ho vissuto molto più di quanto mi sarei aspettato. Ho sofferto, di sicuro, ma ho anche gioito. Insomma ho goduto della mia esistenza e continuo a farlo, fino a che ne avrò le forze, ovviamente.”
Il vecchio mostra orgoglioso quello che resta di una dentatura imbarazzante, mentre sussulta in preda a una risata silenziosa.
Alan non sa che pensare delle parole appena ascoltate. Sono talmente banali e scontate che sembrano riprese pari pari da una telenovela argentina o da un cartone Disney, dove il vecchio saggio insegna al giovane allievo di come godere d’ogni momento.
Sospira, depone nello zaino il libretto e la penna mentre il vecchietto cerca di calmare le convulsioni causate dalla risata. Sembra non volersi più muovere da quel tronco di cui ha preso possesso.
L’attimo è passato, pensa Alan, involontariamente guarda l’orologio. Forse, se si alza adesso, se torna sui suoi passi, può arrivare a casa prima che qualcuno inizi a cercarlo.
Quasi in maniera automatica comincia a rimettere nello zaino le sue cose. Oltre al libretto per gli appunti e la penna, un cellulare spento, alcune fotografie, una bottiglia di cognac annata 1967, il suo bicchierino dedicato e il piccolo revolver a tamburo.
L’anziano ha ripreso a respirare profondamente. Non fa una piega durante tutta l’operazione, se non sospirare e leccarsi le labbra alla vista della bottiglia. Attende che Alan si alzi in piedi, che prenda il suo zaino e che gli tenda la mano in segno di commiato.
Insieme alla mano, Alan gli porge la bottiglia. “Tenga, la tenevo da parte per un momento speciale. Immaginavo qualcos’altro, ma forse, va bene così.”
Il vecchio sorride e accetta il regalo quasi fosse un atto dovuto.
É a quel punto che con un gesto misurato si toglie gli occhiali da sole, strizzando gli occhi per proteggersi dalla luce autunnale, e porgendoli ad Alan, conclude: “Voglio ricambiare, amico mio.”
Alan li prende senza riflettere e si ritrova solo, a fissare un tronco scolorito, il greto asciutto del fiume e le nuvole che danzano veloci.

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

Il giorno del suo centesimo compleanno, Alan si fa un regalo.
Un giorno di riposo.
Non si recherà alla solita riunione del condominio sotterraneo w783 e non parteciperà alla terapia di gruppo per il ringiovanimento cellulare dedicato agli ustionati da radiazioni del conflitto Euro-Asiatico.
Al contrario indugia nella sua stanza-appartamento godendosi ogni piccolo momento di libertà.
Recupera un vecchio completo dall’armadio e lo indossa, rimirandosi poi davanti allo specchio e sorridendo dell’immagine che vede riflessa.
Prende dalla cassettiera il piccolo scatolino in legno intarsiato e lo poggia delicatamente sul tavolo che sporge dalla parete. Lo apre con la stessa cura e devozione con cui lo ha aperto in tutti gli anni passati.
Osserva gli occhiali da sole accoccolati in un morbido panno rosso, le lenti brune, nate per proteggere da un sole che da tempo ormai fatica a essere visto. Sfiora con le dita le sottili incisioni all’interno delle bacchette.
2017 a sinistra, 2067 a destra.
A differenza di tutte le volte precedenti, questa volta Alan libera gli occhiali dal panno e li rigira tra le mani. Sorride, chiude gli occhi e li indossa con enfasi, ansioso di poter rincontrare il suo giovane vecchio amico per potersi scambiare i regali di compleanno. E poi sono cinquant’anni che aspetta di assaggiare quel cognac.
Apre gli occhi. Il suono del fiume e il calore del sole lo abbracciano di nuovo.

Annunci

6 pensieri su “6 novembre

    1. Molto, molto, molto contento che ti piaccia. In effetti sì, verso la metà qualcosa si comincia a capire, è quasi inevitabile e poi, chi scrive come noi, legge con lo spirito appunto dello scrittore. Capita di prevedere la fine di un racconto.
      Grazie ancora.

      (fuori onda: cazzo, mi hanno sgamato… devo essere più originale, maledizione)

      Piace a 1 persona

      1. Acc! Dannaz! Malediz! (ovviamente, cit.), scusa se ti ho beccato: deformazione da raccontastorie … Si intuisce, ma rimane sospeso a mezz’aria, è più una sensazione. Gli occhiali, lo scenario sul finale invece, li ho trovati notevoli. (personalmente asciugherei alcune descrizioni: colore violaceo -violaceo è già un colore – piccolo pezzetto – un pezzetto è già piccolo:.. ma sono pareri totalmente soggettivi, non avertene a male)

        Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...