Incubo di una notte di mezz’autunno

Stamattina il sole è prepotente. Invade le fronde gialle del grande acero che guarda la mia sciocca sagoma prepararsi per andare a lavorare.

Giornata d’autunno che sembra primavera.

La maglia gialla che mi hanno dato in dotazione, scintilla alla luce vivida, nell’aria che sa di uva passa e castagne. Sono quasi pronto. Infilo le scarpe di sicurezza e bevo l’ultimo goccio di caffè ancora tiepido che mi sono lasciato di proposito dopo pranzo. Io pranzo alle 11,30 e alle 13,15 sono già fuori.

La mia auto, un pick up Skoda di terza mano, è parcheggiata al solito posto, dove non può stare, ma in fondo se non c’è parcheggio non è mica colpa mia? O no?

Mentre mi avvicino per entrare in macchina, vedo un merlo morto stecchito, vicino alle ruote di dietro. I suoi occhi ancora vivi mi fissano come da un’altra dimensione. Lo guardo perplesso. «Che morte iniqua» mi dico, così spiaccicato al suolo terrestre, lui che al massimo si poggiava un attimo per mangiare qualche briciola. Rimango in silenzio per un minuto, rispettoso della morte del pennuto. In alto il sole s’è nascosto pure lui in segno di rispetto, credo. Nuvole a scaglie troneggiano sulla mia testa rasata di fresco.

Metto in moto. Mi avvio verso il percorso prestabilito. Una lunga bretella d’asfalto che taglia di netto campi arati e brulli: peschi, meli, mandorli, viti e terra polverosa.

C’è un autovelox tra un chilometro. Io lo so. Tutti lo sanno e infatti rallentano furbi e poi accellerano subito dopo. Io ci passo tranquillo. Un corvaccio neropece mi guarda appollaiato sul autovelox come una guardia pretoriana. La sua fierezza m’incute un po’ di timore e distolgo lo sguardo dalla strada, per un attimo, un secondo, anzi meno di un secondo.

Guardo il corvaccio che spicca il volo deciso verso di me. Dritto il suo becco accuminato si fionda fendendo l’aria. Mi rompe il finestrino di fianco ma il vetro regge, frantumato in mille pezzi regge ancora stoicamente. C’è solo un foro e il becco artiglioso del corvo conficcato dentro.

Mantengo la calma sussurando un porca puttana generico che si fonde con la voce di Marylin Manson sputata fuori da Radio Psycho International. S’è fatto proprio scuro il cielo. Rosso scuro. Me ne accorgo perché incrocio tanti fari che lampeggiano come occhi spaventati. Eppure è un po’ presto per accendere le luci. Mi stranisco un attimo. Volto lo sguardo al becco uncinato nel vetro. Piume nere volteggiano fuori dalla macchina; leggere volano via.

Una lepre mi taglia la strada, improvvisamente. Ha un cappello a cilindro sulla testa e ride arcigna fissandomi. Per poco non la faccio secca. Sbando. Il pick up serpeggia come un panetto di burro sulla faccia liscia di una padella. Il cielo è scuro. Scurissimo. Sembra il mantello nero di un vecchio conte.

Ho frenato di botto, «devo cambiare le pasticche» è l’unico pensiero che mi viene in mente mentre scivolo sulla strada. Poi però il pick up si ferma. Inchioda in ritardo. Però inchioda.

Intorno a me è buio pesto. Non passa una macchina. La campagna ignota mi circonda. Provo a ripartire, ma il pick up non ne vuole sapere. Geme. Ma proprio non ce la fa’.

Non faccio in tempo ad imprecare che sento bussare al finestrino. Quello sano. Un tocco deciso. Anzi no. Due tocchi. Toc toc. Vorrei gridare. Non so perché. Forse le circostanze me lo impongono. Ma non ci riesco. Mi pulsa una vena sulla fronte. Una vena che non avevo mai notato prima. La vena della paura.

La mia testa si volta lentamente. Sento lo scricchiolio della settima vertebra cervicale. Il volto affilato di un uomo è chino sul pick up. Ha un sorriso tirato che sa di cocaina. Abbasso il vetro e lo guardo meglio. Il sorriso è sempre più osceno, il volto sempre più affilato e mi accorgo che gli manca un occhio. Nell’orbita sinistra, vuota, c’è l’abisso di un pozzo.

«Serve aiuto?» dice con una voce stridula e ammicca con l’unico occhio buono che gli è rimasto. Vorrei tanto dirgli che no non mi serve nessun accidenti d’aiuto, ma come faccio, nelle mie condizioni a mentire così spudoratamente? Inizio ad essere nervoso.

Osservo scioccato il becco del corvaccio e mi pare ancora vivo. Spinge sempre contro il vetro. Senza alcun dubbio vuole me. Mi rigiro verso l’orbo ma è scomparso. Tiro un mezzo sospiro di sollievo. Sono ancora lì fermo nella campagna buia alle due di pomeriggio e sto’ facendo tardi al lavoro. Una mano fredda si posa sulla mia spalla. Guardo nello specchietto retrovisore, c’è un ombra immobile che mi fissa e poi dice «Serve aiuto?»

La voce è sempre più stridula e continua la sua cantilena sempre con la stessa domanda.

Se fosse un film ci starebbe bene una dissolvenza incrociata. Ma non è un film e allora niente dissolvenza. Mi risveglio sudato fradicio nel mio letto, con l’acero che mi guarda da fuori la finestra. E’ ancora notte. Guardo la sveglia e non riesco a capire. Segna le 9. Ci dovrebbe essere la luce del sole ma non c’è. Continuo a sudare freddo. Mi metto seduto sul letto e sento gelida qualcosa che mi tocca una gamba. E’ una mano magrissima, bianca come un osso che mi stringe il ginocchio. Solo la mano riesco a vedere. Immobile sul letto mi sento svenire. Solo la mano… solo la mano… e una voce stridula da sotto il letto mi chiede «Serve aiuto?»

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6 pensieri su “Incubo di una notte di mezz’autunno

  1. Qui siamo nel classico della storia horror, con una realtà terrificante che diventa sogno che poi riprecipita nell’orrore. Si fa leggere velocemente e in maniera gradevole. Ci sono alcuni passaggi su cui avrei limato meglio il testo ma è un punto di vista personale. Alla prossima, Luca.

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    1. Grazie Chiara. La paura di trovare qualcosa sotto il letto di mostruoso è una paura banale, lo so. Ma da piccolo me la sono portata dietro per parecchio tempo… Troppo buona ad accostarmi al grande maestro 🙂

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      1. Non esistono paure banali, esistono paure e basta: se poi è stata tua, è ancora meno banale. Il richiamo a Poe c’è eccome, è tutto nell’atmosfera e nell’intreccio tra realtà e sogno, per questo l’ho citato 🙂

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