Esperimento riuscito

I quattro uomini alzano in un brindisi i calici sottili, splendenti e luminosi. Un dito di ambrato e prezioso vino liquoroso ondeggia in ciascuno dei bicchieri, disegnando archi trasparenti sul cristallo.
Sono eleganti, compassati, si studiano a vicenda mentre assaporano il vino.
Un magnifico rettore, uno stimato e famoso ricercatore, un giornalista quotato, il loro ospite.
I resti della cena ancora sul tavolo finemente apparecchiato. La servitù ha avuto il permesso di congedarsi appena finito di servire il dessert. Il padrone di casa desidera assoluta riservatezza per il resto della serata.
“Signori,” esordisce dopo aver poggiato il suo bicchiere sul piccolo tavolo rotondo di fronte al camino, “vi ringrazio ancora di aver accettato l’invito per questa cena.”
I tre ospiti annuiscono. Il giornalista accenna perfino un sorriso, gli altri due si limitano a scambiarsi un’occhiata severa.
Il rettore raccoglie l’occasione.
“Professor Borello, credo di poter parlare anche a nome dei miei convitati,” un rapido scambio di sguardi lo conferma, “nonostante l’ottima cena e il pregevole tenore della conversazione, mi duole informarla che se lo scopo del suo invito è quello di perorare la sua riammissione all’Accademia, io non…”
“Oh, no, la prego, Rettore, la prego.” Borello solleva le mani davanti a sé, palmi rivolti agli ospiti, e le ondeggia piano avanti e indietro. “Lo scopo di questa serata è ben altro. Vorrei potessimo metter da parte le nostre passate divergenze. Vedete, vi ho invitato qui questa sera semplicemente perché tre autorevoli figure come le vostre possano essere da testimonianza a quanto sto per mostrare.”
Segue un silenzio incuriosito, sporcato solo dallo scoppiettio del fuoco nel camino. Il magnifico rettore maschera, con un sommesso borbottio, l’impazienza di arrivare al punto, mentre gli altri due uomini sembrano ritrovare interesse al vino liquoroso.
Borello, senza aggiungere altro, si porta in un angolo nascosto del salotto, scosta una tenda damascata e sparisce qualche secondo dietro a un’anonima porta rimasta finora nascosta. Quando ricompare tiene tra le mani quella che sembra una scatola coperta da un pesante panno di velluto nero.
I tre ospiti si scostano, permettendo al padrone di casa di poggiare il fardello sul tavolino tondo che sta in mezzo a loro. Solo all’ultimo momento il giornalista si avvede di togliere il bicchiere posato poco prima dal padrone di casa.
“Ora, signori, vi prego di perdonarmi.” Così dicendo Borello scosta con un movimento deciso il velluto. Una zaffata di odore acre colpisce i presenti, che istintivamente indietreggiano. L’oggetto nascosto dal velluto si rivela essere una gabbia di medie dimensioni, apparentemente vuota, e incredibilmente nauseabonda.
“Ma che diamine…!”
“Che fetore!”
“Ma, Borello! Non sarà uno dei suoi soliti esperimenti falliti?” Incalza il rettore.
Il professor Borello non risponde subito, sorride. Recupera tre piccole aste di metallo da sopra il camino e le porge ai suoi ospiti, poi li invita a tastare il fondo della gabbia con la punta.
Dopo evidenti esitazioni ad avvicinarsi alla fonte del cattivo odore, i tre uomini decidono di accontentare il loro ospite, nella speranza che la serata possa a questo punto concludersi al più presto. Le estremità delle aste però non riescono ad arrivare a toccare il fondo. Qualcosa le ferma prima, qualcosa di morbido e non visibile.
La curiosità prende il sopravvento. Ora riconoscono il penetrante odore della putrefazione di un corpo morto e realizzano immediatamente la realtà, anche se incredibile.
Borello si avvede delle loro espressioni e li anticipa. “Si tratta del corpo di una scimmia da laboratorio.”
Poi, mentre i suoi ospiti cercano ancora di assicurarsi della verità, estrae dal taschino del panciotto un portapillole d’argento. Lo apre e ne mostra il contenuto.
“Ci sono riuscito, amici.” Annuncia raggiante. “La pillola bianca rende invisibili. La pillola nera neutralizza l’effetto. Come potete vedere da voi, o meglio toccare, la pillola bianca funziona perfettamente. Purtroppo non sono riuscito a convincere il povero animale a ingerire quella nera. Credo che la causa sia dovuta al poco intelletto della povera bestiola, che vedendosi sparire ha subito uno shock troppo forte per potersi riprendere. Si è lasciata morire di paura, presumibilmente per un attacco di cuore. Difficile effettuare un esame autoptico.”
Lentamente, con enfasi, Borello preleva la pillola bianca, “ora, nell’evidenza del fatto che io non sono una scimmia da laboratorio, credo di poter essere in grado di dimostrare, qui in assoluto per la prima volta e in fronte a voi testimoni,  anche l’efficacia della pillola nera. Se lor signori hanno la pazienza di aspettare qualche minuto…” e ingerisce la pillola.

I tre ospiti, rimasti senza parole, attendono, studiando nei minimi particolari e con sguardo analitico il loro anfitrione. Per parecchio tempo sembra non succedere nulla, il crepitio del camino torna a essere unico regista delle onde sonore nel salotto, fino a quando un gemito di sorpresa gli ruba la scena.
Il sorriso del professor Borello svanisce, lascia il posto a un’espressione incredula. Spalanca gli occhi, si osserva le mani, tasta i vestiti, li stropiccia vistosamente quasi a volerli strappare, poi allunga le braccia in avanti, cerca di afferrare il rettore. Ma questi non ha intenzione di farsi ghermire e si allontana, con un tonfo finisce seduto su una delle poltrone.
Borello perde consistenza. I suoi abiti sono sempre visibili e concreti, mentre il corpo che contengono sbiadisce velocemente fino a sparire del tutto. Il giornalista e il ricercatore esclamano grida di giubilo e sorpresa e si affannano nel tentativo di bloccare Borello che continua a agitarsi per la stanza, colpendo sedie, poltrone e tavoli. Lo chiamano, ma lui non risponde. I suoi abiti, ormai governati da un corpo non visibile, sbattono contro una parete e cadono a terra, agitandosi convulsamente. I tentativi di calmare l’uomo invisibile risultano vani, hanno solo l’effetto di far loro guadagnare diverse contusioni.
Alfine il corpo invisibile si ferma, definitivamente. Il giovane ricercatore, medico,  tasta con le mani cercando il volto di Borello, avvicina un orecchio.
“Non respira più.”

Borello si gode il momento. Vedere l’uomo che lo ha stigmatizzato nei mesi precedenti ridotto al silenzio e all’incredulità lo ripaga di tutto. Ora il magnifico rettore dovrà ricredersi e gli chiederà di tornare a occupare la cattedra perduta. Ma non gli darà questa soddisfazione. Quando gli altri testimoni racconteranno ciò che hanno visto, per lui si apriranno le porte dell’olimpo della scienza.
E ora finalmente il colpo di teatro. La pillola bianca è amara al gusto, ma dolce per l’anima.
Non nutre dubbi sulla sua efficacia. Attende l’effetto. E l’effetto arriva.
Si osserva le mani, la prima cosa che dovrebbe veder sparire. Ma in realtà le sue mani sono terribilmente visibili, quello che comincia a sbiadire sono i vestiti. Il nero dello smoking da sera si tramuta in un grigio sempre più pallido, fino a sparire e a lasciare il posto al bianco cotone della camicia, poi anche quella diventa evanescente. Allora se li tocca, i vestiti che indossa, li afferra, li stringe. Sono ancora lì, può sentirli ma non può vederli. La paura si fa strada.
Il suo corpo adesso è nudo, completamente visibile. Guarda i suoi ospiti, cercando di capire se anche loro  sono partecipi del suo disagio, ma loro sembrano non capire, osservano con aria meravigliata, quasi estatica. Si avvicina al rettore, cerca di prenderne le mani, colto da un panico improvviso, perché anche il rettore sta scomparendo, inesorabilmente come sta sparendo tutto quello che gli è più familiare, i suoi mobili, il suo salotto, pavimenti, pareti, ogni cosa. Ha l’impressione di essere sospeso nell’aria, mentre tutto il mondo visibile attorno svanisce sempre più velocemente. Si agita, perde la cognizione dello spazio, urta qualcosa ma non sa cosa. Qualcuno cerca di afferrarlo. Chi maledizione, chi? Il cuore accelera, i polmoni impazziscono, bramando più aria di quanta ne sia necessaria. Il palazzo in cui abita non esiste più, un attimo dopo nemmeno più la città. L’intera terra si sta cancellando sotto i suoi piedi, il cielo stellato lo sovrasta. Rotea in ogni direzione, colpisce oggetti che non vede, il senso dell’equilibrio gli dice che sta cadendo ma è impossibile capire in che direzione. Un barlume di lucidità gli ricorda la pillola nera, ma non può più vederla ormai. Improvviso, il sole compare a squarciare il buio quando l’ultima fetta di mondo si eclissa, poi sempre più veloce tutto scompare, sole, stelle, l’intero universo. E’ solo buio.
Un attimo prima che il cuore di Borello si esprima nella sua ultima elettrica convulsione, lo sguardo incontra l’unica cosa rimasta visibile.
La scimmia da laboratorio, i suoi occhi scuri senza vita che lo osservano.

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6 pensieri su “Esperimento riuscito

  1. E’ molto interessante il fatto che il protagonista avverta un effetto contrario a ciò che gli invitati invece osservano (e che lui stesso sperava di ottenere). Quasi mi fa pensare a Icaro: uno scienziato che, accecato dall’illusione di aver avuto successo, non pensa minimamente agli effetti collaterali…
    Come sempre, fai rimanere col fiato sospeso fino alla fine. Bel lavoro!

    Piace a 1 persona

  2. Purtroppo sono costretto a dire la mia a distanza di moltissimi giorni perchè, nonostante il testo mi sia piaciuto molto, non ho mai avuto tempo di commentare! Ma ora sono qui!
    La storia in sè è molto interessante e secondo me arriva a toccare punti di profondità non indifferenti. Inoltre ho trovato molto curioso il modo in cui hai scelto di strutturare il testo.
    Lo spostamento del punto di vista che (SPOILER) di punto in bianco, quasi agendo come un piccolo flashback, ti porta dentro la mente del protagonista è estremamente efficace. Già l’idea in sè è bella, ma mi ha colpito anche il modo con cui hai raccontato questa sequenza.
    Mentre da fuori gli spettatori vedono una cosa, Borello vive dentro di sè una realtà completamente diversa. E’ praticamente divorato dall’interno, fino ad essere esiliato in una dimensione completamente estranea alla “realtà”.
    E’ davvero una bellissima contrapposizione nonchè una profondissima metafora: il conflitto fra la realtà come la vediamo noi, influenzati da tutto ciò che il nostro animo ci comunica, e come la vedono gli altri. La realtà privata ed intima dell’uomo contro quella sociale.
    Anche l’idea della pillola intesa come la tanto attesa “rivalsa” contro il rettore è una bella idea. Mi viene da fare un parallelismo: è come se la pillola andasse a rappresentare simbolicamente tutti quei desideri, tutte quelle pulsioni negative che ci spingono, proprio come accade “concretamente” a Borello, a rinchiuderci nella nostra solitudine, tanto da renderci dei veri e propri fantasmi: prima nei confronti di noi stessi (come il protagonista che non riesce più a vedersi), poi nei confronti degli altri.
    Concluderei dicendo che secondo me, con la scusa di una metafora e di un testo fantastico (sia per genere che per mio apprezzamento personale), hai saputo raccontare la realtà meglio di come il testo, nella sua semplicità e immediatezza, voglia far credere.
    Grande!

    Piace a 1 persona

  3. Hai presente quell’emoji con gli occhi aperti a palla? Ecco, questa era la mia espressione mentre leggevo il tuo commento. Hai fatto un’analisi meravigliosa. Analisi che mi ha fatto riflettere su quanto, ragionando su un testo, si possa trovare dietro a semplici parole. Detto onestamente, ho scritto questo racconto solo con l’intenzione di raccontare un’idea, un’intuizione. Per l’appunto il paradosso di quello che potrebbe succedere al classico scienziato “pazzo” o “illuminato” che prova la sua invenzione. E’ così che scrivo, partendo da un’idea più o meno semplice e costruendoci sopra un castello di parole.
    E sono molto felice del fatto che queste mie piccole “opere edilizie” possano ospitare pensieri e ragionamenti diversi dai miei. Belli, costruttivi, brutti, denigratori, creativi o sterili, l’importante che ci siano.
    Grazie ancora.

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