Cavallo

Mi ero un po’ stancato del cavallo bionico.

Sì, è vero, era ubbidiente, nitriva perfettamente, si abbassava per farmi montare in sella, faceva quattrocento all’ora, saltava ostacoli alti trenta metri, si ricaricava in ventisette minuti con autonomia di due giorni, mangiava biada artificiale e cacava pasticche contro il mal di testa che mi facevano ammortizzare il suo costo.

Eppure mi ero stancato di Giacobbe (lo avevo chiamato così… perché? Vi crea problemi? No? Meglio!)

Dopo il primo entusiasmo per l’acquisto, accadeva che quando lo vedevo spengersi mi dava una tristezza indefinita, ma profonda. Bastava che premessi il pulsante OnOff posto dentro l’orecchio sinistro che gli occhi si chiudevano, la bocca si serrava con uno sdeng e il pene si allungava e si ritraeva come l’antenna di una vecchia radio fino a sparire nel ventre in titanio.

Tralasciando la perfezione dei particolari, compreso il pene, il cavallo bionico ha iniziato a mettermi tristezza, lo ripeto, e tanta.

Avendo soldi a palate, potendo sfruttare migliaia di cassaintegrati, disoccupati con mutuo trecentennale e finti invalidi, ho deciso di comprarmi un cavallo vero.

Vero!

Un acquisto che non ha prezzo, ma a differenza di certi discorsi basta avere la carta di credito e te lo compri.

Intendiamoci, quando l’ho visto la prima volta ho avuto i miei dubbi sull’acquisto, ma era l’unico esemplare e quindi o così o così (evitando pubblicità gratuite ndr). Secco assaettato, gli contavo le costole. Il garrese sarà stato a un metro e dieci, una mezza sega, insomma. Gli zoccoli consunti, il pelo tutto scalcinato, lo sguardo sereno, ma assente.

E un nome a bischero: Ribot.

Cazzo vorrà dire, Ribot…

Ma ho dovuto lasciarglielo, nato e registrato così.

Mentre lo accompagnavo verso il carrello con cui lo avrei portato a casa, ci manca poco ha inciampato in un marciapiede alto venti centimetri. Si va proprio bene, ho pensato.

È  passato un anno e mezzo.

Il giorno, quando vado a visitarlo e non posso fare a meno di farlo, appena mi vede si avvicina lentamente e viene a strusciarsi al mio corpo. Non corre più, va di un trotto che tempo fa un bambino di quattro anni lo staccò sui cento metri, non salta sennò si frattura, non si abbassa, ma mi prende sulla sua schiena che d’improvviso riprende la forza statuaria di un tempo che fu e mi porta orgoglioso lungo l’argine del fiume che costeggia la scuderia. La sera quando do la buonanotte a Ribot, lui mi guarda e sembra sempre mi sorrida. Non c’è bisogno di spengerlo e non ho più nemmeno riacceso Giacobbe.

 

Dicono che io sia cambiato, lo dicono anche i miei dipendenti.

Ma se con un po’ di aumento mi sorridono come Ribot, perché non farlo?

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17 pensieri su “Cavallo

  1. Marco è dolcissimo questo testo… più che a bere e mangiare mi ha fatto pensare all’impoverimento dei rapporti a causa dei social…
    Però, già che ci siamo, siccome io ho un wine bar, perché non venite tutti da me? Vi faccio un prezzo speciale! 😁

    Piace a 4 people

    1. Davvero? Vengo volentieri 😉 Dai ragazzi, tutti insieme.
      Dov’è che si trova?

      Per quanto riguarda l’impoverimento dei rapporti a causa dei social, l’accusa aprirebbe un dialogo vasto, che forse qui non è possibile aprire (non perché il “luogo” non sia adatto, ma per via del mezzo espressivo).

      Piace a 2 people

            1. Ahahahah davvero! Incominciamo a servire cyber-drink!

              Avevo vagamente inteso dal «un ci vengo davvero» che fossi Toscano ehehehe ma non fiorentino.
              Dovrei venire ad ottobre con i miei perché non ho mai visitato Firenze e ho un’ardente voglia di vederla (dopotutto è stata la patria della Letteratura italiana e della lingua italiana).
              Quando verrò in qualche modo ci contattiamo e se riusciamo ci facciamo una bevuta 😉

              Mi piace

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